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CNR: Alamanacco della Scienza

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N. 7 - 8 apr 2020
ISSN 2037-4801

Focus - Raffaello  

Salute

Cosa ci dice la "Muta"

Uno dei ritratti più noti di Raffaello, raffigurante probabilmente Giovanna Feltria della Rovere, è anche detto “La Muta”, perché la gentildonna, dall'espressione enigmatica che ricorda molto la Gioconda, tiene le labbra serrate. L'artista traccia un vero e proprio profilo psicologico attraverso postura, abito, accessori: il fazzoletto stretto nella mano, il corsetto verde scuro, i capelli raccolti mostrano che la donna è una vedova; la posizione delle mani, lo sguardo e il volto trasmettono una forte malinconia, probabilmente legata al lutto per il quale la donna soffre. Su questa teoria molti storici e critici hanno concordato.

“Il rinchiudersi nel silenzio per un certo periodo di tempo, in conseguenza di un lutto, era e in parte ancora è una pratica diffusa nel nostro Paese. Presso altre culture l'uso della parola in tale periodo può essere addirittura vietato. Adam Kendon, scienziato della gestualità e pioniere dei cosiddetti Gesture Studies, ha studiato una popolazione di aborigeni australiani in cui le donne che hanno subito un lutto, per un lungo periodo, utilizzano un codice in segni al posto della voce”, commenta Virginia Volterra, associata di ricerca all'Istituto di scienze e tecnologie della cognizione (Istc) del Cnr, tra i principali esperti a livello internazionale sul ruolo del gesto nel primo sviluppo del linguaggio e nell'evoluzione del linguaggio umano, oltre che autrice di ricerche pioneristiche sulla lingua dei segni in Italia.

Il collegamento tra l'arte e il mutismo è più stretto di quanto si pensi. “A partire dal '400, in un'epoca in cui pittori e altri artisti erano indispensabili per la conservazione della memoria storica attraverso la rappresentazione visiva, era frequente trovare giovani sordi nelle botteghe dei grandi maestri”, prosegue la ricercatrice. Il volume “Il colore del silenzio. Dizionario biografico internazionale degli artisti sordi”, a cura di Anna Folchi e Roberto Rossetti, entrambi sordi, indaga e permette di conoscere diverse di queste storie. “Anche molti famosi artisti erano sordi, ad esempio Pinturicchio (1454-1513), soprannominato il Sordicchio perché perse l'udito in giovane età. Sordo dalla nascita era invece il miniaturista Cristoforo De Predis (1440-1486), uno dei sei figli dell'artista milanese Leonardo. In una lettera datata 4 giugno 1472 indirizzata al duca Galeazzo Sforza, i suoi fratelli chiedono per lui l'autorizzazione a partecipare a un atto di vendita al quale, secondo il diritto vigente, non avrebbe potuto prendere parte attiva senza un tutore: affermano che Cristoforo è intelligente e comprende ogni cosa, anche se non può esprimere la sua volontà a voce, ma per mezzo di segni che i fratelli sono in grado di tradurre. Questa testimonianza fa capire che fin da quell'epoca fossero utilizzati i segni, da e con le persone sorde. La famiglia De Predis ospitò Leonardo da Vinci a Milano nel periodo in cui lavorava alla Vergine delle Rocce: più tardi Leonardo, influenzato da quanto aveva appreso durante questo soggiorno, scriverà nel suo 'Trattato della pittura' delle capacità di esprimersi dei muti e su quanto si possa imparare da loro”.

Una volta mutismo e sordità era assimilati, si utilizzava abitualmente il termine sordomuto, ma tra le due condizioni ci sono evidenti differenze. “Il termine sordomuto è stato abolito per legge (L 95/2006), ma in passato era usato e creava molta confusione”, chiarisce Volterra. “In realtà le persone sono soltanto sorde e se hanno difficoltà a imparare a parlare è proprio perché non sentono, ma il loro apparato fono-articolatorio è integro. La mutezza vera e propria è una condizione rara, spesso dovuta a traumi (si prenda ad esempio il personaggio del film 'Lezioni di piano'). È poi noto che le persone sorde imparano a percepire la realtà principalmente attraverso la vista e quindi sviluppano una sensibilità visiva particolare”.

Al di là della Lis (Lingua dei segni italiana), che ha una sua vera e propria struttura linguistica, la gestualità può essere codificata come un vero e proprio linguaggio, pari all'oralità. “Negli ultimi trent'anni gli studi sul ruolo del gesto - sia nell'acquisizione del linguaggio parlato, sia nella comunicazione parlata degli adulti - hanno conosciuto un grandissimo sviluppo e oggi si considera il linguaggio un sistema integrato multimodale, dove vocalità e gestualità sono strettamente intrecciate. Ne trattiamo ampiamente nel volume 'Descrivere la lingua dei segni italiana', al quale ho collaborato”, conclude Volterra.

Edward Bartolucci

Fonte: Virginia Volterra, Istituto di scienze e tecnologie della cognizione, Roma, tel. 06/44161525 , email virginia.volterra@istc.cnr.it -