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CNR: Alamanacco della Scienza

N. 3 - 12 feb 2020
ISSN 2037-4801

Focus - Fare il bene - fare bene  

Socio-economico

Le cose nel mondo? Vanno così così

Il benessere nel mondo sta aumentando o sta peggiorando? La globalizzazione sta davvero migliorando la vita della popolazione mondiale? Domande nient'affatto scontate, i dati infatti sono discordanti. L'economia globale sta uscendo da una lunga crisi iniziata nel 2008, che ha rallentato la crescita dei Paesi in via di sviluppo come Cina e India, mentre ha lasciato più profonde ferite in Usa ed Europa. “Dall'ultimo rapporto della World Bank su 'Povertà e prosperità diffusa' emerge però uno scenario di cauto ottimismo”, spiega Desirèe Quagliarotti dell'Istituto di studi sul Mediterraneo (Ismed) del Cnr, “i dati sembrano confermare la straordinaria riduzione della povertà estrema cominciata a partire dagli anni '90 del secolo scorso. Se nel 1990 i poverissimi erano 1,850 miliardi e il rapporto tra il numero dei poveri e il totale della popolazione mondiale (Headcount Ratio – Hr) raggiungeva il 35%, nel 2015 il numero si è ridotto a 736 milioni e l'HR al 10%. I dati appaiono però disomogenei. Il trend decrescente, infatti, è trainato soprattutto dal continente asiatico, dove si è registrata una drastica diminuzione del numero dei poveri (oltre un miliardo). Al contrario, nell'Africa sub-sahariana, il numero di persone che vive con meno di 1,9 dollari al giorno è aumentato, anche se a un tasso inferiore rispetto alla crescita della popolazione, combinazione che ha contribuito a un moderato declino dell'Hr”.

Ma le misure convenzionali della povertà sono sufficienti a comprendere come questa influisca sulla vita della popolazione? “La povertà è un fenomeno complesso e impone la necessità di definirla non solo attraverso il reddito pro capite, ma anche in termini di privazioni, associando misure alternative a quella meramente economica”, continua la ricercatrice. “Un tentativo in questa direzione è stato compiuto dalla Oxford Poverty and Human Development Initiative (Ophi) e dallo United Nations Development Programme (Undp) che, considerando tre fattori determinanti per lo sviluppo umano – salute, educazione e standard di vita -, hanno elaborato l'Indice multidimensionale della povertà (Imp). Questo strumento complementare è in grado di offrire un quadro più esaustivo. Dall'indice emerge che 1,3 miliardi di persone vive ancora in condizioni di povertà multidimensionale, cui vanno aggiunti 879 milioni a rischio di povertà a causa di conflitti, malattie, siccità e disoccupazione. L'83% dei poveri multidimensionali vive nell'Africa sub-sahariana e nell'Asia meridionale e si concentra soprattutto nelle aree rurali. Inoltre, mentre la povertà assoluta corrisponde a una grave forma di deprivazione economica, quella relativa è legata alla distribuzione dei redditi e introduce, quindi, un'altra questione: la diseguaglianza”.

Negli ultimi decenni la povertà e le diseguaglianze tra nazioni sono in sostanza andate a decrescere, ma nuovi fattori come il cambiamento climatico sembrano minacciare questa tendenza. “In un contesto caratterizzato da una crescente scarsità di risorse fondamentali per lo sviluppo economico e per la sopravvivenza umana, come terra fertile, acqua e biodiversità, il clima può assumere il ruolo di variabile determinante nell'acuire il livello di povertà e nell'amplificare le diseguaglianze”, conclude Quagliarotti. “Si tratta di un'argomentazione sostenuta da una recente ricerca della Stanford University pubblicata su Proceedings of the National Academy of Sciences (Pnas). Lo studio rivela che, dal 1961 al 2010, i Paesi più poveri hanno raggiunto un livello di Prodotto interno lordo pro capite inferiore a quello che avrebbero registrato in assenza di surriscaldamento globale e che, sebbene la disuguaglianza economica tra Stati sia diminuita, tale processo sarebbe stato più rapido senza l'impatto del climate change. Questo perché i Paesi poveri e le fasce deboli della popolazione sono più vulnerabili, associando a una maggiore esposizione e una minore capacità di risposta agli effetti del surriscaldamento. Anche se la povertà estrema e i divari economici ereditati dal XX secolo si stanno lentamente attenuando, in questo scenario nuove forme di privazioni e diseguaglianze si andranno diffondendo, rischiando di vanificare i risultati raggiunti”.

Edward Bartolucci

Fonte: Desire Quagliarotti, Istituto di studi sul Mediterraneo, tel. 081/6134086243 , email desiree.quagliarotti@ismed.cnr.it -