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CNR: Alamanacco della Scienza

N. 3 - 12 feb 2020
ISSN 2037-4801

Focus - Fare il bene - fare bene  

Ambiente

Global warming: vince il “bottom-up”

La scienza del clima contemporanea ci indica che dobbiamo fare un serio sforzo per contenere il futuro riscaldamento globale entro limiti che non inneschino fenomeni “troppo” pericolosi per l'uomo, le sue attività, la stabilità economica e sociale. Per raggiungere questo ambizioso obiettivo meglio partire dall'alto o dal basso?

Andiamo con ordine. Dato che il problema è globale e che tutti i Paesi (chi più, chi meno) utilizzano combustibili fossili ed emettono gas serra, è ovvio come sia necessario un negoziato internazionale al fine di accordarsi su un obiettivo di riduzione globale delle emissioni, declinato poi localmente. La strategia più ovvia è identificare un obiettivo comune, ad esempio un certo quantitativo totale di riduzione delle emissioni e poi negoziare per “spartirsi” tali riduzioni in maniera equa: chiameremo questa strategia “top-down”. Una volta trovato l'accordo, si dovrebbe raggiungere l'obiettivo prefissato, sommando tutte le riduzioni per giungere al quantitativo globale previsto.

Solo che, operando in tal modo, la conflittualità tra gli Stati spesso non permette di raggiungere alcun accordo: il fallimento della conferenza di Copenaghen nel 2009 ne è stata la testimonianza più eclatante. A questo punto, si è deciso di cambiare strategia e chiedere ai singoli Stati di proporre riduzioni significative ma volontarie (strategia “bottom-up”), senza alcun accordo preventivo. È ovvio che in tal modo si può raggiungere un accordo di principio, ma la “somma” delle riduzioni non raggiunge il “totale” globale indicato dalla comunità scientifica. Così l'accordo di Parigi del 2015, allo stato attuale delle riduzioni previste, non permetterà di contenere il riscaldamento entro un aumento di 2°C rispetto all'epoca preindustriale, tanto meno dell'auspicato 1,5°C, ma porterà anzi la temperatura a crescere di 3°C o più a fine secolo. Anche l'ultima conferenza di Madrid del dicembre 2019, che doveva meglio definire alcuni accordi tecnici, che consentano di giungere ad ambizioni di riduzione maggiori, non ha portato sostanziali progressi.

In questo quadro, in cui i grandi della Terra non si mettono d'accordo o convergono solo su accordi al ribasso come quello di Parigi, la vera spinta dal basso verso l'alto (bottom-up) deve venire dalla società civile. E infatti negli ultimi anni si sono moltiplicati i movimenti di lotta al cambiamento climatico. Tra questi, grande rilievo hanno sicuramente i gruppi Fridays for future nati dagli iniziali scioperi solitari della giovane svedese Greta Thunberg. Il movimento è caratterizzato da almeno tre novità principali: è generazionale, dà grande importanza al lavoro e ai risultati della scienza e mira ad una maggiore equità internazionale. Il connubio tra la visione a lungo raggio dei giovani e quella della scienza, che va al di là del corto orizzonte dei mandati politici, permette di progettare il futuro in un'ottica di beni comuni e non di conflittualità sui temi politici contingenti. La tendenza ad affiancare degrado dell'ambiente e disequità sociale, poi, ricorda da vicino la visione espressa da Papa Francesco nell'Enciclica “Laudato sii”.

Le azioni “bottom-up” dei Fridays for future, con i loro richiami ai risultati della scienza del clima, sono state sicuramente influenti nello spingere l'Unione europea a far partire il Green deal europeo sul clima, il primo esempio internazionale di azione politica concreta per giungere alla “neutralità carbonica” nel 2050, che prevede lo stanziamento di ben mille miliardi di euro nei prossimi dieci anni per attuare la transizione energetica.

Antonello Pasini

Fonte: Antonello Pasini, Istituto sull'inquinamento atmosferico del Cnr, tel. 06/90672274 , email pasini@iia.cnr.it -