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CNR: Alamanacco della Scienza

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N. 2 - 29 gen 2020
ISSN 2037-4801

Focus - Sanremo: fallimenti di successo  

Salute

Da tre lacrime sul viso

Nell'edizione del 1964 di Sanremo viene lanciata “Una lacrima sul viso”, la canzone che sancisce l'ingresso di Bobby Solo tra i big della musica italiana, garantendogli una carriera di successo. Eppure non è il brano dell'Elvis Presley italiano a vincere quell'edizione del Festival, ma “Non ho l'età” della sedicenne Gigliola Cinquetti. Bobby Solo è addirittura escluso dalla finale perché, volendo proporre un arrangiamento della canzone non realizzabile dal vivo con i mezzi dell'epoca, si esibisce in playback: il brano diventa comunque un grande successo, vendendo un milione e 700mila 45 giri, un record discografico ancora oggi ineguagliato. Da “Una lacrima sul viso” viene tratto anche un “musicarello”, un film diretto da Ettore Maria Rizzotti e interpretato tra gli altri da Nino Taranto. Bobby Solo, comunque, si riscatta vincendo l'anno successivo il Festival con “Se piangi, se ridi”, una canzone in cui le lacrime hanno quindi ancora un ruolo importante.

La hit del '64 inizia con la celebre strofa “Da una lacrima sul viso ho capito molte cose”, e in effetti le informazioni contenute in questa sostanza secreta dal nostro occhio sono tante. Le lacrime infatti non sono tutte uguali. “Tutte nascono dalle ghiandole lacrimali annesse all'occhio, situate nella cavità orbitale, e raggiungono l'esterno attraverso i condotti lacrimali superiore e inferiore, ma appartengono a tre tipi distinti: basali, irritative, emotive”, spiega Enrica Strettoi dell'Istituto di neuroscienze (In) del Cnr. “Le lacrime basali, in particolare, non vengono versate ma formano una pellicola, il film lacrimale, che serve a mantenere umida e lubrificata la superficie dell'occhio e delle palpebre, proteggendole dagli agenti atmosferici, dalla disidratazione e salvaguardando la trasparenza della cornea”.

Non sempre però questa funzione protettiva viene svolta in maniera adeguata e ciò crea problemi di secchezza. “L'occhio secco è una condizione patologica in cui la lacrimazione risulta insufficiente o in cui la composizione del film lacrimale è alterata, con conseguenze che possono andare dal semplice arrossamento alla fotofobia, dall'annebbiamento visivo ad alterazioni ulcerose della cornea”, prosegue la ricercatrice. “All'origine della secchezza oculare possono esserci cause fisiologiche, come il deterioramento del film lacrimale dovuto all'invecchiamento, ma anche ambientali, quali condizioni atmosferiche irritanti, oppure l'uso di farmaci per trattare alcune patologie, quali il glaucoma”.

L'occhio secco può essere però anche conseguenza di malattie autoimmuni. “In questo caso si ricorre all'uso di lacrime artificiali, impiegate anche per umettare l'occhio irritato dalle lenti a contatto o affaticato dall'uso prolungato del computer, che porta a ridurre l'ammiccamento, ossia il movimento che fa sbattere le palpebre, e a favorire lo sguardo fisso, come accade con l'osservazione prolungata del monitor”, continua Strettoi. “Le lacrime artificiali non sono però sempre efficaci: imitare quelle naturali non è facile, poiché sono composte da acqua, sali, glucosio, oleamide, un efficace lubrificante, e da decine di proteine diverse, tra cui la più nota è il lisozima, un battericida contenuto anche nella saliva”.

Le lacrime possono anche essere irritative. “Di questo tipo sono quelle provocate dall'esposizione alla cipolla tagliata di fresco, a volte molto copiose. A provocarle è una risposta fisiologica protettiva ad agenti irritanti chimici o a corpi estranei solidi che vengono così lavati via dall'occhio”, precisa la ricercatrice del Cnr-In. “E sebbene la lacrimazione irritativa e quella legata al pianto emotivo appaiano simili, la somiglianza è solo esteriore, mentre la composizione biochimica nei due casi è diversa. Il film lacrimale emotivo contiene sostanze esclusive, come la leucina-encefalina e la prolattina, un'endorfina naturale che procura una sensazione di sollievo e allevia il dolore, e un ormone rilasciato dall'ipofisi in risposta a stimoli stressogeni. Il pianto emotivo, quindi, rappresenta un meccanismo funzionale per diminuire il dolore, alleviare lo stress o alleggerire l'emozione, triste e gioiosa. Ed è proprio da qui, probabilmente, che nasce l'espressione 'pianto liberatorio'”.

Sembra poi che non sia solo l'essere umano a piangere. “C'è chi sostiene che il pianto sia condiviso da animali come cani, gorilla ed elefanti, anche se le prove scientifiche sono ancora esigue”, conclude Strettoi. “Sicuramente quasi tutti i mammiferi lacrimano, ma è difficile stabilire se questa reazione è associata a sofferenza o a intensa emozione psichica. Inoltre, il pianto rivela una debolezza che rende il soggetto più esposto a potenziali predatori e questo sarebbe svantaggioso da un punto di vista biologico-evolutivo”.

Rita Bugliosi

Fonte: Enrica Strettoi, Istituto di neuroscienze, Pisa, tel. 050/ 3153213 , email enrica.strettoi@in.cnr.it -