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CNR: Alamanacco della Scienza

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N. 3 - 12 feb 2020
ISSN 2037-4801

Focus - Fare il bene - fare bene  

Informatica

La Rete cattura la beneficenza

Dal 1982 la rivista Forbes monitora la ricchezza degli americani stilando la classifica dei 400 più ricchi, il cui patrimonio totale quest'anno raggiunge i 2.960 miliardi di dollari. Al primo posto, per il secondo anno consecutivo, figura Jeff Bezos, fondatore e Ceo di Amazon, con i suoi 114 miliardi, nonostante abbia visto ridursi il suo patrimonio netto di 160 a causa di un divorzio miliardario. Al secondo posto c'è Bill Gates (Microsoft) con 106 miliardi di dollari; in quarta posizione troviamo Marc Zuckerberg (Facebook) con 69,6 miliardi, in quinta Larry Allison (Oracle) con 65, in sesta Larry Page (Google) con 55,5 e, infine, in nona posizione, Sergey Brin (Google) con 53,5 miliardi.

Quello che invece è meno noto riguardo a questi autentici “paperoni” della Rete, che hanno indubbiamente dimostrato di saper “fare bene” in termini di innovazione e imprenditorialità, riguarda la loro propensione a “fare del bene”, devolvendo in beneficenza parti significative del loro patrimonio. Alcuni di loro hanno sottoscritto “The Giving Pledge”, l'impegno assunto da una parte dei magnati più ricchi del mondo a destinare fette cospicue della loro ricchezza in beneficenza e per buone cause. Questa iniziativa fu avviata nel 2006 dal mago della finanza, Warren Buffet, con l'impegno di donare buona parte delle sue fortune alla Bill e Melinda Gates Foundation. Da allora il fondo benefico riunisce 183 miliardari filantropi che devolvono fondi per progetti nel campo sanitario, ambientale e formativo-culturale.

Forbes ha classificato i miliardari anche in base ai rispettivi contributi. Ne risulta che, tra i citati appartenenti al mondo Ict, al primo posto (con punteggio 5) e a pari merito risultano Bill Gates e Mark Zuckerberg; Ellison, Page e Brin sono in classe 4, mentre Bezos (che non è membro del Giving Pledge) figura in classe 2. Con sua moglie Melinda, Bill Gates presiede l'omonima fondazione, la più grande al mondo nella beneficenza privata, impegnata a migliorare la salute globale e creare pari opportunità per le persone di qualunque luogo e condizione. Dal 1994, la Bill e Melinda Gates Foundation ha devoluto 45,5 miliardi di dollari in beneficenza e, secondo la classifica “Philanthropy 50”, nel solo 2018 ha contribuito con 138 milioni di dollari.

Mark Zuckerberg, sottoscrivendo il Giving Pledge, ha dichiarato di voler donare il 99% della sua ricchezza a enti di beneficenza nel corso della propria vita. Con sua moglie Priscilla Chan ha già elargito 400 milioni di dollari a varie associazioni. Larry Ellison ha invece donato alla propria fondazione 350 milioni di dollari per studiare e rallentare gli effetti dell'invecchiamento umano. Per quanto riguarda Google, i due fondatori Larry Page e Sergey Brin, dal 2000 al 2017 hanno devoluto un totale di 76 miliardi di dollari (rispettivamente: 37,5 e 38,5). Infine, Jeff Bezos, pur piazzatosi quasi in fondo alla classifica Forbes 400, ha dichiarato di voler devolvere 2 miliardi di dollari ad associazioni che aiutino le famiglie senza tetto e ad asili per bambini poveri che seguano il metodo Montessori, con il quale lui stesso ha studiato.

Non è però scontato che essere ricchi, anzi ricchissimi come in questi casi, aumenti la propensione a devolvere in beneficenza parti significative delle proprie ricchezze, gli esempi citati sono quindi da lodare, dimostrando che si può “fare bene, facendo del bene”. Nel contempo bisogna anche riflettere sul fatto che tutti noi oggi beneficiamo della “elargizione” gratuita e benefica di chi inventò la Rete e volle che fosse diffusa e condivisa, che entrasse nei laboratori di ricerca e poi nelle case. Si prenda ad esempio il World Wide Web, inventato a fine 1989 da Tim Berners-Lee, che fu insignito del Premio Turing nel 2016. La decisione del Cern del 30 aprile 1993 di rendere pubblica la tecnologia alla base del “www” in modo che chiunque potesse liberamente implementarla è stata un'“elargizione” a cui si deve l'esponenziale successo del Web. La rinuncia di Berners-Lee a chiedere royalties per il suo lavoro ha permesso ai super-ricchi e filantropi elencati di occupare i primi posti nella Forbes 400.

Purtroppo, la crescente violenza sui social, l'aumento esponenziale di fake news e deep fakes, gli episodi di cyber crime costituiscono elementi di forte preoccupazione per chi usa la Rete, che rappresenta comunque un meraviglioso strumento di crescita socio-economica, tanto che da più parti si invocano proposte di “regolamentazione”, talvolta di dubbia praticabilità. Pochi giorni fa, Tim Berners-Lee ha pubblicato un “Contract for the Web” che racchiude nove principi per rendere Internet un posto migliore e per sfruttare appieno le sue potenzialità in maniera corretta. Tra questi, il quarto è di particolare importanza rispetto a quanto stiamo affermando: “Le aziende hanno l'importante compito di rendere Internet accessibile a tutti sia dal punto di vista infrastrutturale che tariffario”, garantendone il pieno utilizzo attraverso uno stretto coordinamento con i Governi e la società civile. Dalla sua pubblicazione, il documento ha ottenuto il sostegno di oltre 150 aziende e organizzazioni quali Microsoft, Twitter, Google, Facebook, Electronic Frontier Foundation. Al momento, tra gli aderenti manca ancora Amazon.

Berners-Lee, a 74 anni, ripropone l'importanza della “benefica” funzione e fruizione delle Rete, donata al mondo da una task force di scienziati convinti dell'utilità di condividere l'informazione.

Domenico Laforenza e Carlo Venturini

Fonte: Domenico Laforenza, Istituto di informatica e telematica, Pisa , email domenico.laforenza@iit.cnr.it - Carlo Venturini, Istituto di informatica e telematica, Pisa, tel. 050/3153437 , email carlo.venturini@iit.cnr.it -