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CNR: Alamanacco della Scienza

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N. 8 - 7 ago 2019
ISSN 2037-4801

Focus - Scienza e narrativa  

Ambiente

Riscaldamento globale? Ne parlano già la Bibbia e i greci…

Il riscaldamento globale provocato dalle attività umane è una questione di primo piano nell'agenda politica internazionale e oggetto di riflessione da parte della comunità scientifica mondiale. Per definire quest'era geologica nella quale per la prima volta l'uomo ha influito direttamente sul clima, il premio Nobel della Chimica (1995) Paul Crutzen ha coniato nel 2000 il termine Antropocene.

All'argomento però già nel 1958 il regista Frank Capra aveva dedicato “The Unchained Goddess” (La divinità scatenata), un documentario di taglio divulgativo, originale prodromo di una narrazione sui cambiamenti climatici che ha nel docufilm “An Inconvenient Truth” (Una scomoda verità) del 2007, firmato dall'allora vicepresidente statunitense Al Gore, la sua espressione più nota. Il docufilm vinse il premio Oscar nella sua categoria e Gore ricevette il Nobel per la pace ex aequo con l'Ippc (Intergovernmental Panel on Climate Change) “in riconoscimento degli sforzi per costruire e diffondere una conoscenza maggiore sui cambiamenti climatici provocati dall'uomo e per porre le basi per le misure necessarie a contrastare tali cambiamenti”.

“La discussione sul riscaldamento globale è stata spesso oggetto di confronti mediatici fra estremismi opposti: da un lato c'è chi nega l'evidenza dei dati che mostrano l'incremento significativo delle temperature nell'ultimo secolo, a causa principalmente dell'aumento di concentrazione in atmosfera di anidride carbonica e di altri gas ad effetto serra; dall'altro c'è chi alimenta una certa tendenza al catastrofismo antitecnologico, dimenticando che è proprio una tecnologia migliore a fornire uno sviluppo sostenibile e un'uscita ragionevole dal pericolo del riscaldamento globale”, commenta Antonello Provenzale, direttore dell'Istituto di geoscienze e georisorse (Igg) del Consiglio nazionale delle ricerche.

Dal punto di vista mediatico, sembra prevalere la falsa impressione per cui la comunità scientifica è spaccata in due. “In realtà, la quasi totalità dei ricercatori impegnati sul clima è consapevole che i dati, le osservazioni e le misure confermano l'aumento di temperatura, il ruolo dell'anidride carbonica e l'origine antropica di tale aumento”, prosegue Provenzale.

Anticipazioni di questa discussione si trovano già nel mondo classico, come ha evidenziato lo scrittore americano Anthony Doerr, premio Pulitzer per la letteratura nel 2015, che in una recente intervista ricorrendo alle “Metamorfosi” di Ovidio, ha riflettuto su ambiente e progresso tecnologico considerate metafore della profanazione della sacralità della natura a opera dell'uomo. Doerr cita la favola del re di Tessaglia Erisittone che, non temendo l'ira degli dei, abbatte deliberatamente un bosco sacro a Demetra, con l'intenzione di costruirsi una sala da pranzo. Rimanendo nel mondo classico, con un esempio opposto, Sofocle tratteggia nell'Antigone un'immagine dell'uomo che padroneggia il mare, lavora la terra, conquista gli animali e li doma.

Nel suo libro “Letteratura e ecologia”, anche Niccolò Scaffai evidenzia come la rappresentazione della natura raramente sia stata oggettiva e realistica, prevalendo di volta in volta l'aspetto edenico o quello apocalittico. In passato, fino a quando l'evidenza del rischio ambientale non è stata percepita né rappresentata dalla letteratura e dalle altre arti, l'idea predominante ha collocato l'uomo in posizione di dominio, in una relazione basata sul controllo della natura e non sulla responsabilità nei suoi confronti. Nel libro della Genesi, Dio conferisce all'uomo il potere su tutte le creature. È lo stesso uomo “padrone e possessore” di cui parla Cartesio nel “Discorso sul Metodo”: la padronanza sulla natura in questo caso è basata sulla comprensione razionale dei meccanismi che ne presiedono il funzionamento. L'idea di una originaria natura benevola e fruttifera si era tuttavia già infranta con la cacciata dal Paradiso terrestre malinconicamente rievocato dalla poetica romantica e preromantica attraverso l'esaltazione di paesaggi incontaminati rievocati come stato mitico ormai perduto. “L'Arcadia non è mai esistita e quindi non possiamo tornarci, ma possiamo costruire una società più giusta e rispettosa degli esseri umani e dell'ambiente. Costa fatica, forse richiede più tempo ma non c'è altra strada”, commenta Provenzale, a ridimensionare l'apocalisse a sfondo ecologico amata dalla recente letteratura, dal cinema e da certa narrazione catastrofista.

I primi romanzi sul riscaldamento globale causato dall'uomo furono pubblicati negli anni'70 in America dove si è ormai consolidata la cosiddetta climate-change fiction (narrativa del cambiamento climatico), vero e proprio genere letterario con cui si sono confrontati scrittori di nazionalità e stili diversi. Nel 2009, ad esempio, esce “L'anno del diluvio” di Margaret Atwood, che annuncia una catastrofe idrica tuttavia senz'acqua mentre nel 2010 Ian McEwan in “Solar” affronta i rischi ambientali in bilico tra farsa e tragedia. Di disastri racconta la britannica Liz Jensen nel romanzo “L'ultima profezia” del 2012 e il tema del recente libro di Jonathan Safran Foer si condensa nel suo titolo, “We are the weather” ancor più evocativo nella sua traduzione in italiano, “Possiamo salvare il mondo prima di cena. Perché il clima siamo noi”. È lo stesso romanziere americano a mettere in guardia su come affrontare la narrazione del cambiamento climatico, tema urgente ma complicato, a volte distante. “La grande cecità” di cui parla lo scrittore indiano Amitav Ghosh è proprio quella di chi dovrebbe comunicare le emergenze del Pianeta ma non ha gli strumenti o le competenze per farlo.

“Ogni volta che si trattano sistemi complessi - e il clima è uno di questi - ci si deve abituare al concetto di probabilità e di incertezza perché non ci sono verità assolute: ogni conclusione, come sempre avviene nella scienza, ha un margine di dubbio”, avverte Antonello Provenzale. “La questione è come comunicare al grande pubblico l'esistenza dell'incertezza su temi quali il clima e le precipitazioni estreme. I comunicatori dovrebbero occuparsi in modo approfondito di questo aspetto cruciale, sottolineando come l'esistenza di incertezza non implica che non sappiamo nulla di come si comporterà il sistema. Quando sussistono risultati solidi ma contrastanti, vanno indicati tutti. Ma ascoltare tutte le campane, specie se non sostenute da dati oggettivi, può essere fuorviante: a nessun giornalista verrebbe in mente di sentire chi dice che il moto perpetuo è possibile o che il Sole gira intorno alla Terra".

Emanuela Gnecco

Fonte: Antonello Provenzale, Istituto di geoscienze e georisorse, Pisa, tel. 050/6212372 , email a.provenzale@igg.cnr.it -