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CNR: Alamanacco della Scienza

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N. 7 - 3 lug 2019
ISSN 2037-4801

L'altra ricerca   a cura di Marina Landolfi

Università ed Enti

I dottorati secondo il Rapporto Istat 2019

Il nuovo Rapporto Istat, presentato lo scorso 20 giugno a Roma, dal presidente Gian Carlo Blangiardo, fornisce un quadro utile a capire il sistema Paese anche per quanto concerne il valore della conoscenza e la sua rilevanza per un migliore posizionamento socio-economico e lavorativo.

I dottorati di ricerca, in particolare, costituiscono un plus importane per la piena occupazione: lavora infatti il 93,7% dei phd italiani, anche se in misura più contenuta nell'area delle scienze politiche e sociali (89,4%) rispetto a quella dell'ingegneria industriale e dell'informazione (oltre il 97%). Nel 61,7% dei casi si tratta di lavoratori dipendenti, di cui però solo il 36,3% a tempo indeterminato, mentre il 25,4% è a termine. Borse di studio o assegni di ricerca costituiscono il 20,7%, gli autonomi la fetta più esigua (9,2%).

Diverso è il dato se si analizza quanto il titolo di studio conseguito col dottorato rappresenti un attributo determinante nelle mansioni svolte. Secondo gli interessati il dottorato mostra scarsa utilità sostanziale in fase di accesso al mondo del lavoro, a meno che non sia espressamente richiesto per l'accesso (in tal caso è considerato utile dal 37,3%); il 49,1% è dell'idea che serva a poco nell'eseguire i compiti previsti. Questi dati aprono alla questione del mismatch, ovvero della discrasia tra il livello di conoscenza posseduta e le reali competenze richieste dal mercato: i ragazzi sono spesso troppo preparati per le mansioni che svolgono. Una sovraistruzione che comporta un mancato ritorno economico e sociale. E quanto più cresce la preparazione, tanto più il mismatch si innalza, anche di oltre 10 punti percentuali.

Interessante notare, inoltre come il mismatch cambi in base alla rete di conoscenze personali e al settore lavorativo. I più soddisfatti (38,2%) sono coloro che hanno fatto ricorso alle procedure tradizionali e non sono stati assunti sulla base di reti di conoscenze amicali o familiari. Le maggiori divergenze tra sapere e mansioni si rintracciano in alberghi e ristoranti, dove 8 laureati su 10 sono dipendenti sovraistruiti; il divario si abbassa al 16,7% nel campo dell'istruzione, della sanità e dei servizi sociali.

Gli sbocchi professionali in cui i dottorati sono maggiormente coinvolti riguardano i settori ricerca e sviluppo e istruzione universitaria, che impiegano rispettivamente il 66,7 e 24,7% dei phd. Negli stessi ambiti, all'estero i giovani coinvolti sono l'88,7% e il 43,1%, numeri che evidenziano per l'Italia, a fronte di una capacità di sfornare giovani competenti, una insufficiente valorizzazione delle risorse. Aggrava la situazione il processo di allungamento di passaggio all'età adulta, con uno slittamento in avanti dell'uscita dalla famiglia e dell'ingresso nel mondo del lavoro rispetto al momento del completamento degli studi.