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CNR: Alamanacco della Scienza

N. 10 - 1 ott 2018
ISSN 2037-4801

Focus  

Ambiente

I freddi inverni della Grande Guerra

Pochi mesi dopo l'entrata in guerra contro l'impero austro-ungarico, le truppe del Regno d'Italia si trovarono a fronteggiare anche un altro nemico, molto ostico: un inverno freddissimo. Quelli dal 1916 al 1918 si rivelarono anni tra i più rigidi e nevosi del secolo sull'arco alpino. Valanghe, assideramenti e gli scarsi approvvigionamenti che giungevano ai soldati in quota a causa del tempo ostile accrebbero molto il già tragico bilancio delle vittime in entrambi gli schieramenti. Il grande inviato di guerra Luigi Barzini descriveva così il fronte alpino sul Corriere della Sera dell'11 marzo 1916:Non si ricorda un inverno così ostinato e perverso nella cerchia delle nostre Alpi. Oltre nove decimi delle nostre posizioni sono coperte dalla neve. (…) L'altezza della coltre gelata sorpassa in molti luoghi i sei metri. Tutto vi è sepolto. (…) Valanghe e valanghe cadono per tutte le valli: se ne segnalano a decine ogni giorno”. Anche i bollettini del Comando supremo dell'esercito italiano, firmati dal generale Cadorna, riportano scenari simili, ad esempio nel marzo 1916, si parla di abbondanti e incessanti nevicate di oltre dieci metri e di temperature sotto i -20 gradi.

“I dati dell'Osservatorio meteorologico di Rovereto, località molto vicina al fronte bellico del Monte Pasubio e della Vallarsa, confermano le anomalie termiche e l'intensa copertura nevosa di quegli anni rispetto alle medie registrate in quelle stesse zone nel resto del secolo scorso”, spiega Massimiliano Pasqui dell'Istituto di biometeorologia (Ibimet) del Cnr. “Ma va osservato anche che 100 anni fa inverni e primavere erano mediamente molto più rigidi di quelli attuali. Le temperature invernali nel corso degli ultimi decenni sono andate tendenzialmente aumentando sulle Alpi; e in generale nel bacino del Mediterraneo gli inverni particolarmente rigidi sono diventati sempre meno frequenti”.

Gli effetti sull'ecosistema sono ben evidenti ai nostri occhi, come lo erano, ma in senso opposto, quelli dei rigidi inverni di un secolo fa. “La superficie dei nostri ghiacciai si sta progressivamente riducendo, perché in inverno non riescono più a recuperare la massa nevosa persa durante il resto dell'anno, e d'estate lo scioglimento delle nevi risulta più rapido rispetto a qualche decennio fa” , continua Pasqui.

La scarsità di precipitazioni è un altro fenomeno tipico della nostra epoca. Il 2017 è stato l'anno più secco dal 1800 secondo gli studi resi noti dal Cnr-Isac. “La disponibilità della risorsa idrica si riduce progressivamente, ponendo in grande evidenza il fatto che sarà sempre più frequente negoziare il suo utilizzo in un antagonismo crescente tra i diversi settori produttivi della nostra società”, aggiunge il ricercatore. “Anche quello del 2007 fu un inverno particolarmente secco, ma le piogge primaverili riuscirono in parte a riequilibrare il fabbisogno idrico degli ecosistemi. Nel 2017 questo non è successo e le disponibilità di acqua si sono fortemente ridotte, determinando un grave periodo siccitoso di cui, per alcuni aspetti, ancora portiamo i segni”.

Le vicende di ogni epoca sono spesso tramandate ai posteri tramite racconti fortemente segnati da singolari eventi meteo-climatici. “Nella memoria collettiva la Grande Guerra sarà sempre ricordata anche per quei rigidissimi inverni che l'hanno accompagnata. Così come gli eventi della nostra epoca sono da tempo caratterizzati da periodi di siccità e da aumento delle temperature”, conclude Pasqui. “Non dobbiamo dimenticare che questa impronta del cambiamento climatico che coinvolge il nostro Paese e il nostro mare dipende anche e soprattutto da cause antropiche”.

Edward Bartolucci

Fonte: Massimiliano Pasqui, Istituto di biometeorologia del Cnr, Roma, tel. 06/49937615 , email m.pasqui@ibimet.cnr.it -