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CNR: Alamanacco della Scienza

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N. 9 - 5 set 2018
ISSN 2037-4801

Focus - Ritorno  

Socio-economico

Brain drain: rientrare non basta

Dall'Italia i ricercatori emigrano a caccia di migliori opportunità, è un dato di fatto. Ma quanti sono quelli che decidono di rientrare? La mobilità intellettuale è una dinamica fisiologica e proficua nel mondo della conoscenza, purché sia il più possibile ampia e circolare. “Il problema fondamentale non è tanto il rientro dei cervelli, quanto le possibilità che il nostro paese offre ai cervelli sia italiani, sia stranieri”, afferma Daniele Archibugi, dell'Istituto di ricerche sulla popolazione e le politiche sociali (Cnr-Irpps). “Bisogna creare delle opportunità. I dottorati per esempio, che costituiscono le risorse del futuro, sono in diminuzione e dovrebbero invece aumentare. Potrebbero essere banditi tutti gli anni dei posti fissi, con un piano di lungo periodo. Così i giovani ricercatori saprebbero che ci sono dei concorsi e avrebbero la certezza della possibilità di reclutamento”.

Stando alla recente 'Relazione sulla ricerca e l'innovazione in Italia', elaborata dal Consiglio nazionale delle ricerche a supporto delle decisioni di Governo e Parlamento, sebbene il numero di ricercatori sia aumentato - nel 2015 erano circa 126.000, contro i 93.000 del 2007 - restiamo il fanalino di coda dell'Europa. “C'è stato qualche miglioramento negli ultimi anni, il declino del periodo precedente si è arrestato, ma questo non è ancora sufficiente”, prosegue il ricercatore, che è anche uno degli autori del rapporto.

“L'Italia esporta più ricercatori di quelli che importa”, conferma Carolina Brandi del Cnr-Irpps. “Spesso anche quelli che rientrano sono costretti a trasferirsi nuovamente all'estero, perché i contratti scadono o mancano opportunità”. E infatti le statistiche contenute nel volume 'Rapporto italiani nel mondo', di Fondazione Migrantes, mostrano come il saldo migratorio, cioè la differenza fra i ricercatori che emigrano e quelli che arrivano in Italia, sia negativo (- 13,2%), a differenza di altri Paesi europei il cui saldo è positivo: + 20% per la Svizzera, + 7,8% per il Regno Unito, + 4,1% per la Francia.

Eppure, la situazione internazionale sta cambiano rapidamente. “Gli esiti della crisi mondiale non sono semplici da prevedere”, continua Brandi. “Il caso Brexit, però, mostra come possano prevalere atteggiamenti di chiusura verso la circolazione delle persone. È presto per dire come questo contesto influirà sulla mobilità intellettuale, ma sicuramente le cose cambieranno”.

Per quanto riguarda gli emigrati italiani in generale, lo scenario offerto dal bilancio Istat 2017 indica che nel 2016 l'Italia ha visto partire circa 110mila cittadini e rientrarne solo 38mila, con un numero di persone rimaste all'estero pari a 72mila. Ci sono poi i dati registrati dall'Aire (Anagrafe degli italiani residenti all'estero) che però, avverte Archibugi, “non sono completi, perché non tutti i residenti italiani all'estero si iscrivono all'Aire o lo fanno a distanza di anni”. Gli iscritti all'anagrafe, sempre nel 2016, erano quasi cinque milioni, con un aumento significativo rispetto al 2006, quando se ne contavano circa tre milioni. Insomma, un vero e proprio esodo.

G. B.

Fonte: Daniele Archibugi, Istituto di ricerche sulla popolazione e le politiche sociali, Roma , email daniele.archibugi@cnr.it - Maria Carolina Brandi, Istituto di ricerche sulla popolazione e le politiche sociali, Roma, tel. 06/492724213 , email carlotta.brandi@irpps.cnr.it -