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CNR: Alamanacco della Scienza

N. 8 - 1 ago 2018
ISSN 2037-4801

L'altra ricerca   a cura di Marina Landolfi

Università ed Enti

Cresce il consumo di suolo in Italia

Poco meno dell'area occupata da due campi da calcio. A tanto ammonta la superficie media di territorio consumata ogni giorno in Italia nel 2017. Il fenomeno, che continua a crescere in maniera insostenibile dopo un decennio di rallentamento conseguente alla crisi economica, risulta sempre più frammentato e non risparmia neanche le aree protette del nostro Paese, andando a gravare su un territorio già caratterizzato da condizioni di estrema fragilità. È quanto emerge dal rapporto 2018 su 'Consumo di suolo, dinamiche territoriali e servizi ecosistemici', realizzato dall'Istituto superiore per la protezione e la ricerca ambientale (Ispra) e dal Sistema nazionale per la protezione dell'ambiente (Snpa) e presentato lo scorso 17 luglio a Montecitorio.

Il documento, che si avvale dei dati prodotti dalla rete delle agenzie regionali per l'ambiente (Arpa), si concentra su dinamiche e conseguenze del degrado di una risorsa ambientale, il suolo, fondamentale per il supporto non solo di funzioni ecologiche indispensabili per la sopravvivenza dell'uomo, quali lo stoccaggio dell'acqua e la trasformazione di nutrienti, ma anche di attività sociali ed economiche. In mancanza ancora oggi di un quadro normativo nazionale, lo studio si propone quindi come strumento di riferimento per l'attuazione di politiche di mitigazione delle trasformazioni irreversibili del nostro territorio. Misure che risultano quanto mai urgenti alla luce delle criticità dello scenario italiano e delle linee guida per una crescita sostenibile tracciate dall'Unione Europea, che raccomandano il raggiungimento di un tasso netto di consumo di suolo annuo pari a zero entro il 2050.

L'indagine condotta da Ispra e Snpa rivela come nel 2017 il consumo di suolo abbia riguardato, escludendo le aree riconvertibili quali cantieri, cave e impianti fotovoltaici, 52 chilometri quadrati di superficie in più rispetto all'anno precedente (+ 0,23%) - equivalenti, per avere un termine di paragone, alla metà dell'estensione di una città come Parigi - portando a 7,75 la percentuale del territorio nazionale coperta artificialmente. Il rapporto mette inoltre in evidenza la discontinuità del fenomeno su scala nazionale. È infatti il Nord Italia, trainato da una maggiore crescita economica, a ottenere le performance più alte, con regioni come Veneto (+ 0,50%), Friuli Venezia Giulia (+ 0,41%) e Trentino Alto Adige (+0,40%), che superano di molto la media del Paese. Per quanto riguarda il Sud, è invece la Puglia a conquistare la maglietta nera, con un incremento medio di perdita di suolo pari allo 0,25% nell'ultimo anno.

A livello comunale i dati più ragguardevoli si riferiscono ai poli urbani e ai capoluoghi di provincia. A comandare la graduatoria delle città con la perdita di superficie più elevata è Roma, con una crescita di 36 ettari (0,36 chilometri quadrati) nel 2017, a seguire troviamo: Venezia, che perde 37,4 ettari di suolo, Ravenna (+16,2), Napoli (+ 6,6) e Torino, con solo 0,2 ettari. Sono tuttavia i comuni medio piccoli, quelli con un numero di residenti inferiore a 20.000, a contribuire in misura maggiore al consumo complessivo del territorio italiano. Se i dati indicano quindi un'intensificazione dell'urbanizzazione nel nostro Paese, i numeri riguardanti la crescita demografica, da cui dovrebbero dipendere le nuove richieste di strutture e infrastrutture, non giustificano però questa tendenza.

Ma non sono interessati solo i centri urbani. In termini assoluti, oltre la metà (57%) dei cambiamenti dell'ultimo anno sono avvenuti in zone a media o bassa concentrazione di impermeabilizzazione del terreno in aree come quelle rurali, andando a incidere sulla grande frammentazione del paesaggio italiano. Il fenomeno coinvolge in maniera preoccupante anche le aree protette del nostro Paese, quelle sottoposte a vincolo paesaggistico e quelle a rischio idrogeologico o sismico: ben 84 gli ettari consumati all'interno di parchi nazionali e regionali, aree naturali e riserve nel 2016-2017. La perdita nelle zone considerate a rischio sismico riguarda invece a oggi il 37,7% dell'intera superficie artificiale italiana. Per quanto concerne le zone a pericolosità di frana o sottoposte a vincolo, le percentuali sul totale si attestano all'11,9% per le prime, e tra il 12 e il 16%, a seconda del contesto legislativo considerato, per le seconde.

Oltre alla diminuzione della capacità di rispondere agli eventi metereologici estremi - sempre più frequenti per effetto del Global warming - e al corrispettivo aumento dei costi per la gestione delle emergenze, una delle conseguenze dell'impermeabilizzazione del territorio è l'impatto economico indiretto derivante dal degrado dei servizi ecosistemici, cioè di tutti i benefici forniti dagli ecosistemi all'uomo. Quest'anno, per la prima volta, il rapporto tenta di quantificarne l'entità nel periodo 2012-2017. Basandosi sul mancato afflusso del capitale naturale generato da indicatori quali lo stoccaggio e il sequestro di carbonio, la produzione agricola e la produzione di legname, la perdita di valore si aggira intorno al miliardo di euro.

Matteo Massicci