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CNR: Alamanacco della Scienza

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N. 2 - 7 feb 2018
ISSN 2037-4801

Focus - Le parole della scienza  

Ambiente

Il mare è una 'zuppa di plastica'

L'utilizzo di locuzioni come 'microplastiche' e 'zuppa di plastica' è sempre più diffusa nelle campagne finalizzate a evitare che i materiali plastici finiscano nelle acque marine, alterando l'ecosistema del Pianeta. Questa terminologia proviene dall'inglese 'plastic soup' e'microplastic'. In particolare, la prima espressione è stata coniata nel 1997 dal comandante Charles J. Moore per denominare un'enorme concentrazione di plastica, scoperta casualmente navigando nel Pacifico. La parola zuppa ricorda anche che questi polimeri sintetici sbriciolati entrano nella catena alimentare, perché pesci e animali marini, prima di arrivare sulle nostre tavole, se ne nutrono.

“La presenza di detriti nelle acque marine è segnalato sin dai tempi di Cristoforo Colombo. Ma se allora sul mare galleggiavano testimoni naturali di paesi lontani ed esotici, negli ultimi anni al legno, alle piante e alla pietra pomice, che hanno sempre abitato la superficie degli oceani, si sono aggiunti i polimeri sintetici”, ricorda Stefano Aliani dell'Istituto di scienze marine (Ismar) del Cnr. “Il bilancio tra la plastica trovata attualmente in ambiente e quella prodotta non torna. Al netto di quella incenerita o interrata in discarica, molta della plastica commercializzata non si sa dove finisca. Nel corso di alcuni progetti condotti dall'Ismar-Cnr in collaborazione con università italiane è stata effettuata una valutazione della quantità di detriti galleggianti sul Mediterraneo secondo cui nel 2013 sulla superficie del Mediterraneo galleggiavano all'incirca 62 milioni di macroplastiche, con una densità media stimata di 24,9 oggetti artificiali per km2 contro 6,9 di origine naturale. Il 78% dei macrodetriti avvistati era di origine artificiale e il 95,6% di questi era di natura sintetica, con una distribuzione praticamente ubiquitaria all'interno del bacino”. 

Il termine 'microplastic' è stato coniato invece dall'ornitologo Peter Ryan nei primi anni '90 e poi ampiamente diffuso da Richard Thompson nel 2004 con un articolo sulla rivista Science, per indicare quei frammenti visibili solo al microscopio, perché di dimensioni inferiori ai 5 millimetri. Il limite inferiore è talvolta posto a 1 micron altre volte a 10 micron, al di sotto del quale si parla di nanoplastica. 

Determinare la quantità di microplastica non visibile a occhio nudo è molto complicato. Gli studi dell'Ismar-Cnr hanno dimostrato come il Mar Mediterraneo sia tra i più inquinati al mondo da queste sostanze: ad esempio, nel vortice subtropicale del Pacifico settentrionale nel 1999 sono stati stimati circa 335.000 frammenti di plastica per km2, mentre in Mediterraneo si parla di una media di circa 1,25 milioni. Nel tratto di mare tra Toscana e Corsica è stata rilevata nel 2013 la presenza di circa 10 kg di microplastiche per km2, contro i 2 kg circa presenti a largo delle coste occidentali della Sardegna e della Sicilia e lungo il tratto nord della costa pugliese (fonte Nature/Scientific reports).

“La consapevolezza e la partecipazione dell'opinione pubblica è fondamentale per eliminare la microplastica dall'ambiente. È necessario adottare un approccio simile a quello della messa al bando del freon per i frigoriferi da parte dei governi, partendo dal presupposto che è impensabile continuare a usare un prodotto altamente durevole come la plastica per applicazioni usa e getta”, conclude Aliani.

Un segnale in questo senso è stato dato dall'inserimento nell'ultima legge di stabilità di norme che sanciscono lo 'stop' ai cotton fioc non biodegradabili a partire dal 2019 e che introducono dal 2020 il divieto di produrre e mettere in commercio cosmetici contenenti microplastiche.

Edward Bartolucci

Fonte: Stefano Aliani , Istituto di scienze marine, Pozzuolo di Lerici, tel. 0187/978311, email stefano.aliani@ismar.cnr.it