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CNR: Alamanacco della Scienza

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N. 1 - 10 gen 2018
ISSN 2037-4801

Focus  

Socio-economico

Martin Luther King, la fine di un sogno americano

La sera del 4 aprile 1968 Martin Luther King venne ucciso da un colpo di fucile, mentre si trovava su un balcone al secondo piano del Lorraine Motel a Memphis, dove il giorno prima aveva tenuto un discorso pubblico. Per l'omicidio venne condannato il criminale comune James Earl Ray, ma i sospetti dell'esistenza di un complotto più ampio non si sono mai sopiti. Paladino della protesta nonviolenta, premio Nobel per la Pace nel 1964, negli anni che precedono la sua morte Martin Luther King deve confrontarsi con un'escalation di violenza nella società e con la radicalizzazione di alcune frange del movimento 'Black Power'.

“La prima metà degli anni '60 sono i più proficui per il movimento, per i diritti civili e per l'avanzata sociale e istituzionale dei neri”, afferma Enrico Pugliese dell'Istituto di ricerche sulla popolazione e le politiche sociali (Irpps) del Cnr. “Invece il 1968 rappresenta un punto negativo, perché con il leader muore anche la residua possibilità che il movimento per i diritti civili degli afroamericani potesse evolversi in modo condiviso e del tutto democratico”. Già da diversi anni stava crescendo infatti tra molti afroamericani la convinzione che la loro lotta dovesse essere affrontata anche con la forza e, soltanto ad opera dei neri. “Si tratta dell'ideologia del 'separatismo', sostenuta tra gli altri dalla Nation of Islam, un movimento fortemente gerarchizzato al quale aderì inizialmente l'attivista Malcom X, che venne assassinato nel 1964 quando iniziò a propugnare una svolta internazionalista e anti-separatista”, prosegue il ricercatore.

Nella stessa scia si colloca Stokely Carmichael, fondatore del Black Panthers Party e autore insieme a Charles V. Hamilton del celebre saggio 'Black Power' pubblicato nel 1967. Proprio nel 1968, alle Olimpiadi di Città del Messico, il Black Panthers Party ebbe grande risalto internazionale grazie agli atleti statunitensi di colore Tommie Smith e John Carlos, che durante la cerimonia di premiazione dei 200 metri per protesta salirono sul podio scalzi, ascoltando l'inno nazionale a capo chino e alzando un pugno chiuso guantato di pelle nera, simbolo di appartenenza alle pantere nere. Un'immagine di grande forza, che tutt'ora resta un'icona della protesta radicale degli afroamericani. “La capacità del movimento afroamericano nonviolento, aperto a tutta la società civile, di ottenere importanti vittorie - come l'approvazione nel 1964 del Civil Right Act - già verso il 1968 stava perdendo la sua forza, degenerando in una direzione estremista e separazionista”, conclude Pugliese. “La stessa comunità nera si stava evolvendo rapidamente: gli afroamericani che avevano goduto di nuove misure di welfare e di diritti civili, come quello a una migliore istruzione, iniziavano a lasciare i quartieri disagiati verso quelli della middle class, lasciando i neri meno abbienti in condizione di maggior isolamento. Il separatismo ridusse il problema dei neri a mera questione razziale, evitando di affrontarla da un'ottica socioeconomica più ampia e rallentando così il processo di integrazione, frenato anche dalle politiche anti-welfare perseguite nei decenni successivi”.

Edward Bartolucci

Fonte: Enrico Pugliese, Istituto di ricerche sulla popolazione e le politiche sociali, Roma , email e.pugliese@cnr.it -