Ultima edizione | Archivio giornali | Archivio tematico | Archivio video

CNR: Alamanacco della Scienza

Archivio

N. 10 - 4 ott 2017
ISSN 2037-4801

Focus - Animali  

Tecnologia

Sperimentazione animale, come ridurla

La sperimentazione animale, la pratica di laboratorio che permette di indagare la reazione a determinate sostanze o a malattie indotte, si basa sulla somiglianza esistente tra alcuni organismi animali e gli umani, che permette di estendere ai secondi i dati ottenuti sui primi. Su questa pratica l'opinione pubblica è divisa in due opposte fazioni: i favorevoli, che reputano giusto sperimentare sulle cavie  animali prima di testare un trattamento o una pratica clinica sull'uomo; i contrari, che attribuiscono a tutte le specie lo stesso valore morale e considerano tale pratica una crudeltà.

“Nessun ricercatore ha piacere di lavorare con il modello animale. Per questa ragione la ricerca scientifica sta impegnandosi per mettere a punto tecniche alternative, alcune delle quali già in uso”, spiega Maria Cristina Riviello, ricercatrice dell'Istituto di biologia cellulare e neurobiologia (Ibcn) del Cnr. Alla base dello studio di metodologie alternative ci sono la ricostruzione di organi in laboratorio a partire da cellule isolate e l'uso dei computer, sia per simulare processi cellulari e fisiologici, sia per realizzare software capaci di mimare il meccanismo d'azione di una sostanza nell'organismo umano. Tuttavia, tali metodi si scontrano spesso con la complessità dell'organismo umano, difficile da simulare e da riprodurre, che li rende non abbastanza efficienti da eliminare la sperimentazione in vivo. Le specie maggiormente utilizzate in laboratorio sono il ratto e il topo: “Il loro utilizzo si sta riducendo in favore di specie con un sistema neurologico meno sviluppato ma con un corredo genetico simile a quello umano, come lo zebrafish (Danio rerio), che con l'uomo condivide quasi il 70% dei geni”, aggiunge Riviello.

Per attuare una forma di sperimentazione in vivo più attenta nel 1959 è stato proposto da Rex Burch e William Russell, accademici britannici membri della Universities Federation of Animal Welfare, il 'Principio delle 3R', i cui concetti ispiratori sono 'replacement', 'reduction', 'refinement'. Tale principio riconosce la responsabilità dell'uomo nei confronti degli animali da laboratorio ed è alla base delle regole che ogni ricercatore dovrebbe osservare. “Si deve in tutti i modi rimpiazzare o sostituire il proprio modello animale con un modello alternativo; in secondo luogo, è necessario ridurre il più possibile il numero di animali utilizzati nei protocolli sperimentali; infine, bisogna migliorare le condizioni sperimentali alle quali sono sottoposti gli animali”, spiega la ricercatrice. “È importante osservare regole che garantiscano il benessere degli animali, rispettando le osservazioni della Federation of European Laboratory Animal Science Associations, indirizzate a tutti coloro che partecipano a progetti di ricerca che prevedono sperimentazione in vivo”.

Oggi è possibile, in particolare, determinare il numero minimo necessario di soggetti da utilizzare nella sperimentazione mediante il contributo della biostatistica. "È necessario insomma evitare sacrifici inutili, ma allo stesso tempo si deve utilizzare un numero tale di animali che ci consenta di ottenere un dato solido e concreto”. Prima di mettere in commercio un farmaco, infatti, è ovviamente necessario verificarne l'efficacia e i possibili rischi derivanti dall'assunzione. "È noto a molti il caso della Talidomide, un farmaco le cui proprietà anti-nausea lo hanno reso negli anni '50 assunto di frequente dalle donne in gravidanza: gli effetti teratogeni del prodotto non erano emersi a causa di una ricerca incompleta sulla sostanza. È fondamentale avere dati certi prima di applicare qualsiasi trattamento all'uomo e, in molti casi, il modello animale è ancora necessario”.

Le normative vigenti relative alla sperimentazioni animale sono comuni a tutti i paesi europei. “L'Italia applica però queste norme in maniera particolarmente restrittiva in seguito all'introduzione del divieto di sperimentazione animale per gli studi sugli xenotrapianti d'organo e sulle sostanze d'abuso”, conclude Riviello.

Benedetta Niccolini

Fonte: Maria Cristina Riviello, Istituto di biologia cellulare e neurobiologia del CNR, tel. 06/501703047 , email cristina.riviello@cnr.it -