Ultima edizione | Archivio giornali | Archivio tematico | Archivio video

CNR: Alamanacco della Scienza

Archivio

N. 11 - 8 nov 2017
ISSN 2037-4801

Focus - Paure  

Socio-economico

Dobbiamo temere le migrazioni?

Migrazioni e sicurezza: due temi legati a doppio filo nel dibattito sociale, che suscitano nella opinione pubblica timori e preoccupazioni. Le migrazioni nel loro complesso sono un fenomeno inevitabile, che tende a distribuire la popolazione sul terriorio in base alle possibilità di reddito e che nel complesso producono anche effetti positivi dal punto di vista socioeconomico per i paesi più avanzati che le accolgono. “I flussi migratori hanno però sempre sollevato reazioni preoccupate nelle società d'arrivo e non c'è dubbio che la gestione del fenomeno presenti diversi punti critici, anche perché costi e benefici si ripartiscono in maniera diseguale all'interno della società”, chiarisce Corrado Bonifazi, direttore dell'Istituto di ricerche sulla popolazione e le politiche sociali (Irpps) del Cnr. “Sono spesso i ceti più disagiati, infatti, a trovarsi in diretta 'concorrenza' con gli immigrati per il lavoro o per i servizi sociali”.

Occorrerebbe una più attenta valutazione del fenomeno, distinguendo per esempio tra le migrazioni di natura politica e umanitaria, dei richiedenti asilo e quelle di natura economica. In questi ultimi anni, l'attenzione si è concentrata sugli sbarchi dei profughi in Europa, di continuità e dimensioni tali da aver messo in discussione l'intero sistema di gestione del fenomeno.  “Nel 2015, secondo i dati dell'Agenzia europea Frontex, gli immigrati irregolari giunti ai confini dell'Unione Europea sono stati 1,8 milioni. Durante il 2016 i numeri si sono molto ridotti, grazie all'accordo con la Turchia: gli intercettamenti sono stati 556 mila, di gran lunga inferiori a quelli del 2015 anche se sensibilmente più elevati di quanto è stato registrato tra il 2010 e il 2014”, riporta Bonifazi. “Allo stato attuale, la situazione più critica appare quella italiana, dove si è registrato un vero e proprio salto dimensionale con 170 mila rilevamenti di immigrati irregolari nel 2014, 157 mila nel 2015, 181 mila nel 2016 e quasi 100 mila nei primi otto mesi del 2017. In queste ultime settimane gli sbarchi si sono fortemente ridotti, ma bisognerà vedere se si tratta di un'inversione di tendenza duratura”.

Numeri considerevoli, cui bisogna rispondere con politiche e soluzioni adeguate, innanzitutto di carattere internazionale. “A livello mondiale, secondo l'Alto commissariato delle Nazioni Unite per i rifugiati (Unhcr), il numero di persone bisognose di protezione è passato dai 37,3 milioni del 1996 ai 65,6 milioni di fine 2016, in stragrande maggioranza provengono da Paesi in via di sviluppo”, spiega Bonifazi. “Tale situazione testimonia l'incapacità degli attori coinvolti di trovare soluzioni politiche in grado di avviare processi di pace stabili e duraturi, unica strada per giungere a una drastica riduzione dei richiedenti asilo. È evidente che di fronte a numeri simili qualsiasi politica migratoria interna rappresenta un palliativo: siamo di fronte a problemi globali e la politica internazionale dovrebbe porre in cima ai propri obiettivi la riduzione delle migrazioni forzate”.

Per i migranti per lavoro la crisi economica apertasi nel 2008 ha interrotto un periodo di crescita dei paesi mediterranei, con effetti però tutto sommato contenuti. “Nel 2007 il volume complessivo dei flussi di immigrazione permanente diretti nei paesi Ocse ha raggiunto i 4,7 milioni di unità, è sceso a 4,4 nel 2008 e a 4,1 nel 2009; su questi livelli si è praticamente mantenuto fino al 2013, per risalire a 4,3 milioni nel 2014 e arrivare a 5 nel 2016”, aggiunge il direttore dell'Irpps-Cnr. “Quest'ultimo dato è ancora provvisorio ed è sicuramente influenzato dall'emergenza profughi, è però significativo che si sia tornati sopra ai livelli registrati prima della crisi economica. Nel 2015, ultimo anno per cui sono noti i movimenti per motivi di lavoro, questi hanno rappresentato circa il 12% del totale, poco meno del 13% costituito dai motivi umanitari, a fronte del terzo del totale rappresentato da motivi familiari e spostamenti liberi, come quelli che avvengono all'interno dell'Unione Europea”.

In conclusione, la gran parte dei flussi diretti verso paesi dell'area Ocse, ha motivazioni diverse da quelle politiche e umanitarie. “Va sviluppata una politica in grado di contestualizzare il fenomeno migratorio, non minimizzando né i problemi né i potenziali vantaggi. Anche perché le prossime tendenze demografiche nell'Africa sub-sahariana indicano una crescita di 660 milioni di persone in età lavorativa da qui al 2050: un dato che non si può certo pensare di affrontare erigendo muri, la cui efficacia è, per altro, illusoria”, conclude Bonifazi.

Edward Bartolucci

Fonte: Corrado Bonifazi, Istituto di ricerche sulla popolazione e le politiche sociali, Roma, tel. 06/49272460 , email c.bonifazi@irpps.cnr.it -