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CNR: Alamanacco della Scienza

Archivio

N. 9 - 6 set 2017
ISSN 2037-4801

Focus - Acqua  

Ambiente

Non ci sono più i ghiacciai di una volta

Nei giorni tra il 10 e il 12 luglio scorsi, un iceberg di dimensioni imponenti si è staccato dalla piattaforma di ghiaccio Larsen C in Antartide. Il fenomeno ha catalizzato l'attenzione di tutto il mondo anche se non è considerabile come una conseguenza diretta del riscaldamento globale. “Il distacco non è attribuibile direttamente al riscaldamento in atto. Non abbiamo dati certi per stabilire un nesso di causa-effetto tra il riscaldamento globale e questo evento specifico”, spiega Carlo Barbante, direttore dell'Istituto per la dinamica dei processi ambientali (Idpa) del Cnr. “Il distacco dell'iceberg dalla piattaforma Larsen C in Antartide non è il primo evento di questo tipo. È certo invece che può annoverarsi tra le top 10 degli iceberg più grandi degli ultimi decenni”.

L'episodio registrato in Antartide ha riacceso l'attenzione sulla fusione dei ghiacci. “La fusione è un processo naturale che non contribuisce direttamente all'innalzamento delle acque marine se si tratta di ghiaccio proveniente dalle banchise polari, mentre contribuisce in modo significativo quando si tratta di ghiaccio continentale, sia che esso provenga dalle aree polari che dai ghiacciai di alta quota. Un iceberg come la piattaforma Larsen C è in equilibrio con l'oceano (galleggia), mentre diverso è il ghiaccio continentale, saldamente ancorato alla roccia sottostante, che in caso di fusione contribuisce all'innalzamento del livello del mare”, prosegue Barbante. “Le elevate temperature estive hanno influito sul problema della fusione e il caldo registrato nei mesi passati ha dato un importante contributo al bilancio di massa dei ghiacciai, ossia alla differenza tra la massa di neve accumulata nel corso dell'inverno e quella persa durante l'estate”.

Quello della fusione dei ghiacci è un problema però che non interessa solo il Polo Sud, ma anche altre zone montuose europee. “È evidente come la quasi totalità dei ghiacciai delle Alpi sia in netto ritiro. E studi effettuati da colleghi francesi dicono che entro il 2100 non ci saranno più ghiacciai sulle Alpi al di sotto dei 3.500 m di altitudine”, continua il direttore dell'Idpa-Cnr. “Negli anni più recenti si è visto infatti che anche nei mesi invernali si possono toccare temperature che provocano fusione dei ghiacci. A questo proposito, uno studio condotto da Renato Colucci dell'Istituto di scienze marine del Cnr e pubblicato recentemente su 'Scientific Report' ha evidenziato come il dicembre 2015 sia stato un anno decisamente caldo nelle Alpi orientali, con temperature medie al di sopra degli 0° C a quote comprese tra i 2.100 e 2.500 m”.

Una situazione allarmante è anche quella relativa al ghiacciaio dello Stelvio, tra Lombardia e Trentino: il caldo ha provocato la fusione dell'unico ghiacciaio permanente, dove era possibile sciare nei mesi estivi, il più grande delle Alpi che fino ad oggi non era mai rimasto chiuso per carenza di neve. 

La fusione dei ghiacci potrebbe, inoltre, mettere a rischio la conservazione di dati climatologici importanti. Per contrastare questo problema, nel 2105 un team di ricercatori italiani e francesi ha avviato il progetto 'Ice Memory', ideato dallo stesso Barbante e da Jerôme Chapéllazz del Centre National de la Recherche Scientifique, con lo scopo di preservare campioni di carote di ghiaccio che tra 50 anni potrebbero non essere più reperibili. “Già abbiamo iniziato a prelevare carote dal Monte Bianco nello scorso anno. Ci sono anche attività estese ad altri paesi che partecipano al progetto e contribuiscono all'archivio”, conclude Barbante.

Chiara Caproni

Fonte: Carlo Barbante, Istituto per la dinamica dei processi ambientali, Venezia, tel. 041/2348942 , email carlo.barbante@idpa.cnr.it -