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CNR: Alamanacco della Scienza

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N. 11 - 18 nov 2015
ISSN 2037-4801

Focus - Clima  

Socio-economico

Quando le migrazioni dipendono dal clima

L’aumento dell’intensità e della frequenza degli eventi climatici estremi e delle problematiche a essi connesse è uno degli aspetti più evidenti del Global Warming. Sfuggono però spesso all’attenzione delle cronache e del pubblico le conseguenze indirette, quali il fenomeno delle migrazioni ambientali, ossia lo spostamento da territori divenuti improduttivi e inospitali a causa del perdurare di condizioni avverse, che compromettono attività quali l’agricoltura, fondamentali per la sopravvivenza di una comunità.

Il termine 'rifugiato ambientale' viene introdotto per la prima volta negli anni ’70, ma acquisisce il significato odierno nel 1985, in seguito a uno studio commissionato dalla United Nation Development Programme (Unep) sugli spostamenti delle popolazioni prodotti dai disastri di Bophal in India e di Chernobyl in Unione Sovietica. La definizione del termine presente nello studio dell’Unep include tra i possibili motivi dell’abbandono delle aree, temporaneo o definitivo, eventi climatici estremi capaci di mettere in pericolo l’esistenza o di influire sulla qualità della vita di questi ultimi.

“Pur essendo oramai riconosciuto il ruolo che gli eventi climatici estremi rivestono nel determinare movimenti di popolazione all’interno e tra i paesi, lo status di profugo ambientale è di difficile attribuzione”, spiega Eugenia Ferragina dell’Istituto di studi sulle società del Mediterraneo (Issm) del Cnr, curatrice dell’XI 'Rapporto sulle economie del Mediterraneo' e autrice, con Desiree Quagliarotti, del capitolo sui rischi e le vulnerabilità ambientali. “Ciò è dovuto al fatto che il deterioramento del quadro climatico non è l’unico fattore a incidere sulle migrazioni, quindi è molto difficile fare una distinzione tra le popolazioni che si spostano perché colpite da un evento climatico estremo e quelle in fuga da una situazione di crisi economica, politica e sociale che le condizioni climatiche hanno contribuito ad aggravare”.

Gli esperti sono comunque concordi nel ritenere che il fenomeno assumerà rilevanza su scala mondiale. “L’Unep parla di 50 milioni di profughi ambientali nella sola Africa entro il 2060”, ricorda la ricercatrice. “L’International Panel of Climate Change (Ipcc) prevede invece 150 milioni di profughi ambientali entro il 2050. Anche il Mediterraneo, attualmente interessato in maniera marginale e soprattutto come area di passaggio, potrebbe ritrovarsi negli anni a venire a fronteggiare ondate di spostamenti di massa interni e internazionali dovuti agli effetti del cambiamento climatico. Nei paesi co-rivieraschi del bacino esistono aree minacciate dall’innalzamento del livello del mare, quali il delta del Nilo, Istanbul, Alessandria e Venezia, mentre tutta l’area del Nord Africa e del Medio Oriente, a causa della prevista diminuzione delle precipitazione, subirà una drastica riduzione delle già limitate risorse idriche”.

Un attento esame delle vicende che hanno interessato la Siria negli ultimi anni fa emergere come anche i processi di deterioramento del quadro climatico e ambientale abbiano concorso a generare le condizioni per lo scoppio del conflitto e per l’avvio delle successiva stagione di migrazioni. “Nel 2007, il paese è stato colpito da una forte siccità che ha interessato soprattutto l’area nord orientale, una delle zone agricole più produttive grazie alle infrastrutture idrauliche realizzate per aumentare le aree irrigue”, conclude Ferragina. “L’assenza di precipitazioni, congiuntamente a un'inefficiente gestione delle risorse idriche, ha determinato il crollo della produzione interna dei cereali, costringendo la Siria a importare le derrate alimentari di base con costi maggiori rispetto al passato, il che ha provocato un aumento del prezzo del pane”.      

Matteo Massicci

Fonte: Eugenia Ferragina, Istituto di studi sulle societ del mediterraneo, Napoli, tel. 081/6134086 (int. 224) , email ferragina@issm.cnr.it -