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CNR: Alamanacco della Scienza

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N. 9 - 23 set 2015
ISSN 2037-4801

L'altra ricerca   a cura di Emanuele Guerrini

Ambiente

Papa Francesco e la casa comune

L’ultima enciclica di papa Francesco rappresenta un documento con cui tutti sono – siamo – chiamati a fare i conti. Affrontando il tema dell’ambiente, tocca tutti i principali problemi dell’umanità e del singolo individuo sottolineando in particolare lo stretto legame tra degrado ambientale e povertà.

Nell’enciclica vengono riconosciuti gli straordinari sviluppi della tecnologia negli ultimi due secoli: la macchina a vapore, la ferrovia, il telegrafo, l’elettricità, l’automobile, l’aereo, l’industria chimica, la medicina moderna, l’informatica e, più recentemente, la rivoluzione digitale, la robotica, le biotecnologie e le nanotecnologie. Allo stesso tempo vengono elencati senza sconti i gravi problemi che minacciano l’uomo e il Pianeta che riguardano i cambiamenti climatici, la gestione dell’acqua, la perdita di biodiversità, il deterioramento della qualità della vita umana e la degradazione sociale. Viene detto senza mezzi termini che non è più sostenibile un sistema in cui la politica è sottomessa alla tecnologia e alla finanza, in cui i poteri economici tendono ad ignorare ogni contesto e gli effetti sulla dignità umana e sull’ambiente. Tali effetti costituiscono una minaccia non solo per il patrimonio naturale, ma anche per quello storico, artistico, culturale e sociale (la scomparsa di lingue, di sistemi sociali con le loro regole, di etnie).

I lettori dell’Almanacco della Scienza possono essere in particolare interessati ad alcune parti del documento che riguardano il rapporto scienza, tecnologia, economia e società.

In primis l’enciclica assume una posizione positiva nei confronti della scienza, e dice chiaramente che “la Chiesa non ha pretese di esprimere parole definitive, ma deve ascoltare e promuovere il dibattito onesto tra gli scienziati, rispettando la diversità di opinione.” Sostiene inoltre che “non è possibile frenare la creatività umana. Se non si può proibire a un artista di esprimere la sua capacità creativa, neppure si possono ostacolare coloro che possiedono doni speciali per lo sviluppo scientifico e tecnologico”. I tempi di Galileo sono dunque acqua passata.

Il secondo punto riguarda il modo di fare scienza e, più in generale, come l’uomo si rapporta con la natura. Si sottolinea come il pensiero ebraico-cristiano abbia demitizzato la natura: senza smettere di ammirarla non le ha più attribuito un carattere divino. Di conseguenza gli altri esseri viventi vengono considerati come meri oggetti sottoposti all’arbitrario dominio dell’essere umano. Ciò conduce a un’esaltazione tecnocratica che non riconosce agli altri esseri un valore proprio e che è alla base di un antropocentrismo che produce l’attuale crisi etica, culturale e spirituale.

In questo contesto lo scienziato si muove come un “soggetto che, progressivamente, nel processo logico-razionale, comprende e in tal modo possiede l’oggetto che si trova all’esterno. Tale soggetto si esplica nello stabilire il metodo scientifico con la sua sperimentazione, che è già esplicitamente una tecnica di possesso, dominio, trasformazione”, conferendogli un potere tremendo - vedi l’esperienza della bomba atomica -. “È come se il soggetto-ricercatore si trovasse di fronte alla realtà informe totalmente disponibile alla sua manipolazione”.

Dunque il messaggio per chi è impegnato nella ricerca e che troppo spesso opera in un angusto recinto disciplinare di specializzazione che tende a “far perdere il senso della totalità, delle relazioni che esistono tra le cose, dell’orizzonte ampio”, è quello di riflettere sul significato profondo del proprio lavoro, dei suoi fondamenti epistemologici, delle sue dimensioni etiche e morali (per chi crede anche religiose) e, soprattutto, del potere che esercita mettendo a disposizione della società scoperte e strumenti che possono compromettere la stessa esistenza dell’uomo sul pianeta. Al contempo l’enciclica traccia una prospettiva di speranza in cui gli uomini di buona volontà, e tra questi gli scienziati, sono chiamati a difendere “la casa comune”.

Giorgio Sirilli