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CNR: Alamanacco della Scienza

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N. 8 - 26 ago 2015
ISSN 2037-4801

Focus - Divulgazione o deformazione?  

Ambiente

L'Aquila, il colpevole è la mancata prevenzione

Per quanto riguarda “terremoti, eruzioni vulcaniche esplosive, incendi, frane, tempeste e inondazioni, forse non c’è paese al mondo in una situazione simile a quella italiana”, osserva Mario Tozzi nel volume 'Terremoti, comunicazione, diritto’. “La cementificazione (oltre centocinquantamila ettari all’anno) e l’insediamento antropico di aree a rischio compromettono e rendono instabile il territorio”, prosegue il divulgatore e ricercatore dell’Istituto di geologia ambientale e geoingegneria (Igag) del Cnr. Il disboscamento selvaggio ed edificazioni come quella della Liguria, dove “si è costruito dentro gli alvei di fiumi come il Vara, che oggi ha il letto ridotto a meno di trecento metri quando, un secolo fa, arrivava a circa un chilometro”, producono nel nostro Paese uno smottamento ogni 45 minuti e rendono “circa 6.600 comuni ad elevato rischio idrogeologico”. Dati ben noti anche grazie al laboratorio Polaris dell’Irpi-Cnr, che fornisce un dettagliato quanto drammatico catalogo degli eventi calamitosi: anche se, ammonisce ancora Tozzi, “non è corretto parlare di calamità naturali (calamitose sono, semmai le conseguenze), si dovrebbe piuttosto dire calamità provocate dall’uomo”. E resta solo da temere il peggio, se si pensa al rischio vulcanico dell’area del Golfo di Napoli, dove “oltre cinquecentomila persone dovrebbero essere pronte a un evacuazione di proporzioni bibliche”: d’altronde, “da alcune zone a maggior rischio bisogna spostarsi, senza se e senza ma”.

Queste affermazioni sono desunte da una collettanea curata da Andrea Cerase, sociologo dell’Università 'La Sapienza' di Roma, Alessandro Amato e Fabrizio Galadini dell’Ingv, quest’ultimo anche associato dell’Igag-Cnr, che affronta il caso del terremoto dell’Aquila e del successivo processo ai membri della Commissione Grandi Rischi da tre ottiche diverse: quella scientifica, quella giuridica e quella mediologica. La vicenda è stata già oggetto di altri saggi, tra cui quello di Valerio Congeduti 'Un rischio non calcolato. Il processo dell’Aquila’, raccolto nel volume 'Parola di scienziato. La conoscenza ridotta a opinione’. L’accusa, nel processo, ha sostanzialmente addebitato alla Commissione la colpa di aver “anestetizzato” la “percezione del rischio da parte dei cittadini”, inducendoli a “non abbandonare le proprie abitazioni” neppure dopo le due scosse che precedettero quella, devastante, del 6 aprile 2009, ore 3,32: 6.3 gradi Richter, 309 morti, 1.500 feriti, 202 dei quali in modo grave, 67.500 sfollati. Un mero “esercizio dialettico e narrativo”, secondo gli avvocati difensori e i loro consulenti scientifici, reputato però dai giudici di primo grado sufficiente per considerare gli imputati per omicidio colposo (nel secondo grado di giudizio è stata confermata la condanna di un solo imputato).

Una vicenda molto complessa, oggetto di travisamento da parte dei mezzi di informazione, che tra l’altro hanno imprecisamente affermato che gli scienziati furono accusati di “mancata previsione” del sisma. Lo scopo del volume di Cerase, Amato e Galadini è ora spiegare come “legare a posteriori i fenomeni verificatesi all’Aquila in un modello concettuale di previsione a breve termine non è scientificamente accettabile”: sia in generale, poiché anche “le migliori conoscenze tecniche, scientifiche e professionali disponibili” non costituiscono “'verità’ in senso ontologico” e “nessun modello può essere una rappresentazione fedele della realtà”, sia a “maggior ragione” nella sismologia che studia “processi non lineari, altamente influenzabili da variazioni infinitesimali dallo stato complessivo della Terra (non solo nelle immediate vicinanze dell’ipocentro), i processi fisici che avvengono prima dei terremoti sono ancora largamente sconosciuti”.

Quest’incertezza però “si sposa malissimo” con “la domanda individuale e sociale di certezze, di approdi sicuri, di ancoraggi cognitivi, pretese nei termini di soluzioni immediate”. Si crea così un conflitto all’insegna della “ricerca delle responsabilità”, dominante nei media e nell’opinione pubblica, che è sempre una scorciatoia senza uscita e che nel caso aquilano si risolve in una sterile “contrapposizione tra le 'previsioni’ di Giampaolo Giuliani e la tesi dell’imprevedibilità”, tra “la Scilla della junk science e la Cariddi del formalismo scientifico”.

L’unica soluzione proficua è invece guardare seriamente a “cosa concretamente sia stato fatto (o non fatto) nei venti o trent’anni precedenti in termine di prevenzione”, come dicono gli autori del libro. Sta in una cultura della prevenzione che va “incorporata nelle normative antisismiche nelle pratiche organizzative e politiche dei governi e delle istituzioni, ma anche nelle decisioni adottate da ogni simbolo individuo”, per cui nessuno può dirsi esente da responsabilità. L’immagine scelta per la copertina (un lavoro sul rischio sismico dell’Anci del 1989) “illustra meglio di qualunque parola questo aspetto: gli edifici ad alta vulnerabilità, all’Aquila erano noti da vent’anni” e “anche in indagini successive al terremoto del 2009, il rischio sismico appare sottovalutato in tutte le regioni italiane, compreso lo stesso Abruzzo”. La durissima lezione di quel sei aprile, insomma, non è servita.

Marco Ferrazzoli

Fonte: Mario Tozzi, Istituto di geologia ambientale e geoingegneria, Roma , email mario.tozzi@cnr.it -