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CNR: Alamanacco della Scienza

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N. 17 - 26 nov 2014
ISSN 2037-4801

Focus - La morte  

Socio-economico

Quando i funerali sono 'contagiosi'

Da 10 mesi sembra che il virus Ebola prosegua la sua sovraesposizione mediatica con allarmismi quasi quotidiani anche se la paura di una pandemia sembra scongiurata. “Ancora oggi si continuano a registrare nuove infezioni e un tasso di decessi tra il 50% e il 70%, anche se si iniziano a vedere segnali di rallentamento in molte zone colpite”, precisa Giovanni Maga, virologo dell’Istituito di genetica molecolare (Igm) del Cnr di Pavia, che sottolinea come anche alcune usanze diffuse in Africa possono contribuire a diffonderlo: “La pratica relativa ai funerali ha fatto da moltiplicatore dell'epidemia”, spiega il virologo del Cnr. “Secondo l'Organizzazione mondiale della sanità (Oms), almeno il 20% delle nuove infezioni avvengono durante la sepoltura rituale dei pazienti deceduti. I riti religiosi di accompagnamento del defunto prevedono il lavaggio, l'unzione e la vestizione della salma: questo comporta un'elevata possibilità di contatto con sangue e fluidi corporei contenenti il virus, in un contesto non sterile, come è quello rurale o domestico".

Per arginare tale fenomeno tutte le strutture che operano sul territorio, dalla Croce rossa internazionale alla Caritas e alle diverse organizzazioni non governative, "hanno creato un protocollo condiviso per la sepoltura che viene illustrato di villaggio in villaggio, cercando di coinvolgere i familiari e i rappresentanti religiosi. Le squadre di sepoltura devono comprendere sei operatori sanitari, un interprete e un rappresentante della confessione religiosa del defunto, allo scopo di dialogare con la famiglia”, prosegue Maga.

Il perdurare dell'epidemia è dovuto soprattutto all’estrema precarietà e alla cronica inadeguatezza delle infrastrutture sanitarie nei paesi colpiti, ma un ruolo importante è giocato anche dai fattori socio-culturali. “Spesso i malati non vengono portati all'attenzione delle autorità sanitarie se non nella fase terminale”, continua Maga. “Da un lato, infatti, c'è una diffusa diffidenza verso la medicina occidentale, cui spesso si preferiscono le pratiche rituali dei guaritori locali, dall'altro c'è il timore di essere emarginati all'interno della comunità ove si venisse a sapere che un familiare è malato. La tendenza a curare in casa i malati contribuisce in maniera determinante alla diffusione dell'infezione nei villaggi. Si spera che i nuovi protocolli messi in atto riescano a limitare i rischi”, conclude il ricercatore, “pur rispettando le tradizioni culturali e religiose locali”.

Anna Maria Carchidi

Fonte: Giovanni Maga, Istituto di genetica molecolare, Pavia, tel. 0382/546354 , email maga@igm.cnr.it -