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CNR: Alamanacco della Scienza

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N. 6 - 27 mar 2013
ISSN 2037-4801

L'altra ricerca   a cura di Rosanna Dassisti

Cultura

La lingua in tv? Meravigliosa

Il piccolo schermo ci aveva insegnato a parlare l'italiano. Ma "negli ultimi 30 anni, e in particolare nell'ultimo decennio, la lingua della televisione ha perso la sua tradizionale caratteristica di 'specchio' di quella parlata per sviluppare nuove forme, artificiose e spettacolarizzate, sulle quali non si può che esprimere un giudizio negativo''. Così la presidente dell'Accademia della Crusca, Nicoletta Maraschio, ha sintetizzato i risultati della ricerca 'Il portale dell'italiano televisivo: corpora, generi e stili comunicativi'. Lo studio, coordinato dall'Accademia, ha coinvolto le università di Firenze, Catania, Genova, Milano e della Tuscia, e ha portato alla costruzione del sito web www.italianotelevisivo.org.

Come sottolinea Maraschio, illustrando i risultati della ricerca in un convegno che si è tenuto a Firenze, "dagli anni '80, in tv ha preso via via sempre più campo il fenomeno del cosiddetto 'iperparlato': il linguaggio comune cioè è stato progressivamente abbandonato in favore di un parlato artificioso, concepito appositamente per spettacolarizzare i contenuti. E questa è diventata la norma, sia nell'informazione sia nell'intrattenimento".

Non è solo questione di congiuntivi estinti o di espressioni e parole usate in modo improprio da molti conduttori. L'impoverimento linguistico passa anche attraverso il linguaggio usato nei telegiornali, nei talk show, nella pubblicità, nell'intrattenimento, nelle fiction dove tutto è esageratamente eccezionale, fantastico, meraviglioso, straordinario, magnifico.

Eppure, a sorpresa, proprio alcune fiction tengono alta la bandiera della buona lingua. "In alcune serie, penso a esempio a 'Centovetrine', tuttora in corso, o 'Incantesimo', ma ce ne sarebbero altre", spiega Gabriella Alfieri dell'Università di Catania, "resiste l'utilizzo di un linguaggio alto, di tipo letterario, come si usava nei teleromanzi di una volta". E se a uccidere la lingua sono la spettacolarizzazione, la semplificazione e la stereotipia, tuttavia "la banalizzazione non è distribuita in modo omogenea e in molti programmi si riscontra una buona tenuta", conclude Raffaella Setti, una delle ricercatrici.