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CNR: Alamanacco della Scienza

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N. 18 - 21 nov 2012
ISSN 2037-4801

Focus - Principio di precauzione  

Ambiente

Tsunami, i tempi di preavviso sono molto stretti 

Gli tsunami possono essere generati da frane, eruzioni vulcaniche, impatti di meteoriti e terremoti sottomarini, la causa più comune. Le onde diventano pericolose e distruttive avvicinandosi alla costa ed entrando in acque basse, dove accorciano la loro lunghezza e si alzano creando un muro d'acqua.

"Per proteggere le popolazioni esposte al rischio sono stati sviluppati e installati sistemi di allerta rapida che si basano sulla differenza di velocità di propagazione delle onde sismiche, 5.000-8.000 metri al secondo, e di quelle di tsunami, 220 metri al secondo in acque profonde", spiega Francesco Chierici dell'Istituto di scienze marine (Ismar-Cnr). "I sistemi più moderni sono composti da una rete sismica, per stimare magnitudo e profondità del terremoto e valutarne il potenziale tsunamigenico, da una rete di sensori a mare e da modelli matematici di propagazione delle onde di tsunami". Ma quanto tempo ci vuole per diramare un'allerta? "La valutazione richiede attualmente dai 2 ai 5 minuti, e consente di inviare un primo bollettino alle località minacciate dal possibile tsunami, con i tempi di arrivo e le altezze d'onda attese" prosegue Chierici. "Per esempio il Pacific Tsunami Warning Center, in funzione nell'Oceano Pacifico, è in grado di emettere il primo bollettino entro 9-15 minuti dal terremoto. Poiché solo pochi dei terremoti i cui parametri eccedano le soglie prestabilite generano effettivamente uno tsunami pericoloso, la rete di sensori a mare valuta la pericolosità delle onde, confermando o cancellando l'allerta. Le misure ottenute vengono usate per raffinare e aggiornare i modelli matematici e diramare nuovi e più precisi bollettini. La rete di sensori a mare è quindi di fondamentale importanza per ridurre i falsi allarmi".

Attualmente sono in funzione sistemi di allerta rapida di tsunami in Oceano Pacifico, in Oceano Indiano e in Giappone che hanno dato prova della loro efficacia in occasione di eventi come gli tsunami dell'11 marzo 2011 in Giappone, di Sumatra del 11 aprile 2012 e di Queen Charlotte Island del 27 ottobre 2012.

"Negli ultimi anni molti paesi, quali ad esempio Canada, Giappone Stati Uniti e anche l'Europa stanno sviluppando queste tecnologie, investendo rilevanti risorse. È auspicabile che un sistema di allerta rapida venga installato anche a difesa delle coste mediterranee dell'Atlantico Orientale, storicamente soggette a eventi rilevanti", conclude il ricercatore Ismar-Cnr, istituto che lavora a uno 'tsunamometro' già testato nel Golfo di Cadice.

"Sono in corso di sperimentazione anche nuove tecniche per la misura di tsunami in mare aperto, nuovi modelli e algoritmi e l'uso dei radar ad alta frequenza e il Gps in tempo reale. Queste nuove tecniche e altre potranno in futuro essere integrate nei sistemi di allerta rapida, contribuendo a migliorarne l'efficacia".

Manuela Faella

Fonte: Francesco Chierici, Istituto di scienze marine, Bologna, tel. 051/6398943 , email chierici@ira.inaf.it -