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CNR: Alamanacco della Scienza

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N. 19 - 5 dic 2012
ISSN 2037-4801

Vita CNR   a cura di Francesca Gorini

Ambiente

Al batterio piace caldo

Gli organismi termofili e ipertermofili, che vivono a temperature comprese tra i 45 e i 122 ºC, sono componenti fondamentali degli ecosistemi geotermali: solfatare, sorgenti termali terrestri e idrotermali. Una ricerca pubblicata di recente su 'Standard in Genomic Science', a cura di un team internazionale cui hanno preso parte l'Istituto di scienze marine (Ismar) del Cnr di Ancona e la Rutgers University del New Jersey (Usa), ha studiato un batterio termofilo tra i più antichi della Terra, il Thermovibrio ammonificans, con l'obiettivo di sequenziarne il genoma, in grado di sopravvivere negli ecosistemi più inaccessibili, a temperature di 75 gradi.

"Sequenziare il genoma è solo il primo passo nella comprensione della fisiologia e dei processi biologici", sottolinea Donato Giovannelli, ecologo marino borsista presso l'Ismar-Cnr e visiting Phd student presso l'ateneo americano. "Abbiamo ricostruito i principali pathway metabolici del batterio e abbiamo ottenuto alcune sorprendenti informazioni che ci hanno permesso di comprendere il ruolo di specifici geni nella fisiologia dell'organismo e nell'ecosistema. L'obiettivo finale è arrivare a stabilire un legame diretto tra diversità genetica e funzione ecosistemica".

Il 'Thermovibrio ammonificans' è stato isolato nel 2004 da una spedizione internazionale presso una sorgente idrotermale sottomarina, nel Pacifico dell'est: lo scopritore è stato l'italiano Costantino Vetriani, leader di un gruppo di ricerca della Rutgers University. Da allora, altri organismi termofili e ipertermofili sono stati isolati negli abissi marini, dagli Hydrotermal vents profondi dell'Atlantico e del Pacifico, dove una spedizione è in programma a fine 2013, a quelli costieri in Grecia e in Italia.

"La Terra è coperta per il 70% di acqua, due terzi della quale ha una profondità superiore ai 200 metri. Noi ne conosciamo in maniera approfondita solo una percentuale minima", conclude Giovannelli. "Abbiamo mappe ad alta risoluzione dell'intera superficie lunare e di Marte, ma non del fondo degli oceani. Conoscere il deep-sea vuole dire conoscere e capire il nostro pianeta, cosa essenziale per gestirne le risorse. Gli ambienti profondi sono l'ultima grande frontiera della Terra, ma il loro studio richiede tecnologie all'avanguardia e un ingente investimento di capitali".

Fonte: Mauro Marini , Istituto di scienze marine, Ancona, email m.marini@ismar.cnr.it

Per saperne di più: - http://marine.rutgers.edu/deep-seamicrobiology/