Ultima edizione | Archivio giornali | Archivio tematico | Archivio video

CNR: Alamanacco della Scienza

Archivio

N. 17 - 6 nov 2012
ISSN 2037-4801

L'altra ricerca   a cura di Rosanna Dassisti

Cultura

Elefanti nella campagna romana

A pochi chilometri da Roma, tra la via Aurelia e la via Boccea, nel sito de La Polledrara di Cecanibbio, un giacimento paleontologico che risale a 300 mila anni fa, è stato portato alla luce un esemplare straordinario di 'Elephas'. Sebbene non sia il primo ritrovamento di elefante antico, comparso sulla Terra 800 mila anni ed estinto definitivamente 37.500 anni fa: in questo caso si tratta di un 'unicum', perché completo e con tutte le ossa in connessione.

Sono stati infatti rinvenuti tutti gli arti, il cranio e la mandibola, le zanne intatte, lunghe quasi quattro metri, le vertebre, l'omero, fino alle articolazioni delle zampe. "La scoperta consente di effettuare per la prima volta in Italia uno studio esaustivo della variabilità dimensionale e morfologica di una ricca popolazione di elefante antico e di compararne le caratteristiche con quelle delle specie viventi", spiega Anna Paola Anzidei, direttrice del sito. E le dimensioni dovevano essere davvero notevoli se solo fino alla base del collo l'elefante misura oltre 4,5 metri.

Con quest'ultimo ritrovamento, La Polledrara acquisisce un primato in Italia. Nel sito erano stati rinvenuti resti non completi di una cinquantina di elefanti, tra cui, per la prima volta in Italia, sette crani di individui adulti appartenenti a questa specie, vari esemplari in connessione anatomica, accanto a specie di bue primigenio, lupo, rinoceronte, cervo, uccelli acquatici e bufali.

Le condizioni e la posizione in cui sono stati ritrovati i resti dell'Elephas fanno ritenere che l'animale sia scivolato in un pantano e abbia trovato lì la morte. Ma lo scavo documenta anche la presenza dell'uomo preistorico, l''Homo Heidelbergensis' (di cui è stato rinvenuto un molare deciduo), che ha macellato la carcassa dell'animale sia per nutrirsene sia per ricavare strumenti in osso. "Lo dimostrano i numerosi attrezzi litici distribuiti lungo i fianchi dell'animale che conservavano ancora le tracce d'uso", aggiunge Anzidei. Le analisi effettuate al microscopio elettronico in collaborazione con l'Università Sapienza di Roma hanno infatti evidenziato su alcuni strumenti tracce lasciate dal taglio della pelle, della carne e dell'osso.

La scoperta, frutto della campagna di scavo avviata nel 2011 dalla Soprintendenza ai beni archeologici di Roma, per la prima volta potrà essere ammirata dal pubblico grazie all'apertura straordinaria (su prenotazione) del deposito. "Da settembre abbiamo ripreso lo scavo archeologico e riportato alla luce tutte le parti dell'animale", conclude la direttrice del sito. Con le visite guidate il pubblico potrà seguire in diretta le ultime fasi dei lavori di indagine di un episodio avvenuto circa 300.000 anni fa. Quando la campagna romana era una terra 'africana' per il clima e la varietà del suo ambiente, la ricca vegetazione, la presenza di corsi d'acqua e soprattutto di aree paludose".