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CNR: Alamanacco della Scienza

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N. 13 - 8 ago 2012
ISSN 2037-4801

Focus - Letture estive  

Socio-economico

Un po' scienziati, un po' avventurieri

Un massacro durato più di un secolo. Un'ecatombe che richiama alla mente quelle dei romani, in grado di sterminare migliaia di animali in una sola settimana di giochi nelle arene. Uno sterminio paragonabile alle cacce più spietate e alla pesca industriale. Così, in queste poche parole, si può sintetizzare quanto gli esploratori e gli avventurieri di tutto il mondo misero in atto fra il XIX e il XX secolo, ammantandolo però sotto l'egida della documentazione scientifica, come raccontato da Stefano Mazzotti, direttore del Museo civico di storia naturale di Ferrara, in 'Esploratori perduti' (Codice edizione).

I romani uccidevano per divertirsi, così come i cacciatori moderni. Quegli esploratori invece no, lo facevano per far progredire la ricerca e spesso erano essi stessi ricercatori e scienziati o comunque provvisti dei rudimenti necessari per catalogare, disegnare e imbalsamare un animale. E ne hanno catturati a milioni, soprattutto insetti di specie mai viste prime: rettili, pesci, mammiferi e quantità impressionanti di uccelli. Gli uccelli, in particolare, affascinavano quegli uomini: le piume potevano valere come l'oro e ce ne erano migliaia di mai visti.

Non si impressionavano per nulla, pronti come erano all'ignoto, neppure di fronte alla somiglianza degli umani con gli orangutan, che venivano finiti a pistolettate prima di essere trasportati come macabri reperti ai gabinetti della nascente scienza naturale e ai musei di tutto il mondo. E non solo animali: anche pigmei e individui di popolazioni mai viste erano portati in giro per le città e costretti a finire in propri giorni come esemplari in uno zoo. Popoli selvaggi e certamente cannibali, anche nei nomi che venivano loro attribuiti: chi erano i tremendi Niam-Niam se non, onomatopeicamente, divoratori di uomini?

Terreno di quest'esplorazione spietata è stata la biodiversità del pianeta Terra (quando ancora non si usava questo termine), ma anche gli avamposti geografici e culturali delle sfortunate conquiste militari del nostro paese. A spingere i suoi protagonisti, il desiderio di coprire finalmente le macchie bianche degli atlanti geografici, la sete di conoscenza e l'inquietudine per le vite civilizzate, ormai percepite come omologate e noiose. Fortune personali furono dilapidate per intraprendere attività senza speranza o, semplicemente, per essere sempre in viaggio in qualche luogo poco conosciuto.

Nessuno degli esploratori perduti, però, aveva vita serena o fortunata: quasi tutti morivano lontani da casa per gli stenti e le malattie oppure decedevano al loro rientro. Campavano a lungo, è vero, perché selezionati all'origine in tempi in cui, se non si moriva da bambini, si avevano migliori probabilità di arrivare a settanta anni. Raccontavano le loro avventure ingigantendo particolari che le rendevano irresistibili e affascinanti, e grazie a quei loro resoconti qualche volta riuscivano a guadagnare abbastanza da vivere prima di ripartire per nuove frontiere. Avevano capito per primi che la comunicazione di quanto avevano visto (o immaginato) era la base della loro sopravvivenza e della possibilità di continuare a sognare e a costruire universi mentali paralleli a quelli in cui erano costretti. Erano personaggi animati da una sete di avventura tanto grande da non far loro considerare i pericoli e da spingerli comunque avanti.

Gli italiani scelsero soprattutto l'Africa, ma anche l'Asia e l'Australia, sulle tracce di più illustri protagonisti stranieri, ma spesso furono essi stessi antesignani, se ne trovano anche in epoche relativamente recenti, senza dover necessariamente tornare con la mente a Marco Polo o a Colombo. Sarebbe però ingiusto valutarli con il metro di oggi: a modo loro contribuirono in maniera spesso determinate alla conoscenza della storia della vita sul pianeta Terra e aiutarono a classificare meglio il mondo naturale nel suo complesso, oltre che a perfezionare la rappresentazione geografica delle terre incognite. Scrissero anche molto: volumi spesso illustrati con particolari straordinari, resoconti, libri di viaggio, itinerari interiori poi trasposti nella realtà fisica del mondo che stava cambiando.

Tutto ciò è raccolto in un libro che è un'intrigante avventura intellettuale ricostruita attraverso frammenti biografici sconosciuti che ci vengono distillati da un magma enorme, anche se non più ribollente come cento anni fa. Un volume che fa da indispensabile complemento al magnifico 'Dizionario amoroso degli esploratori' di Michel Le Bris (L'ippocampo, 2010), e va anche molto oltre, ricordando a tutti noi che c'erano anche degli italiani alla scoperta del mondo che sarebbe venuto.

Mario Tozzi

Fonte: Mario Tozzi, Istituto di geologia ambientale e geoingegneria, Roma , email mario.tozzi@cnr.it -