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CNR: Alamanacco della Scienza

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N. 9 - 23 mag 2012
ISSN 2037-4801

Focus - Acqua  

Ambiente

Quando il lago è di origine glaciale

L'Himalaya sovrasta vastissime aree del continente asiatico soggette, come altre zone del mondo, a un crescente sviluppo industriale fonte di elevati livelli di inquinanti, che possono essere poi trasportati sino alle più alte vette e ai loro ghiacciai. Al Nepal Climate Observatory-Pyramid (Nco-p), il laboratorio Evk2Cnr a 5.079 metri sulle pendici del monte Everest, i ricercatori del Cnr e di altri istituti di ricerca raccolgono da oltre sei anni importanti dati e informazioni sulla composizione dell'atmosfera e sui cambiamenti del clima.

"Gli studi avviati nel 2006 hanno rilevato, durante la stagione pre-monsonica, quando la gigantesca Atmospheric Brown Cloud si estende dall'Oceano Indiano fino alle pendici dell'Himalaya, una presenza di elevate concentrazioni di inquinanti che non si riteneva potessero giungere in prossimità dei ghiacciai himalayani", spiega Paolo Bonasoni, dell'Istituto di scienza dell'atmosfera e del clima (Isac) del Cnr di Bologna. "Tra questi sono presenti notevoli quantità di black carbon, una volta che questo particolato carbonioso si è depositato sui nevai assorbe maggiore radiazione solare rispetto al ghiaccio 'pulito', favorendo una fusione precoce del ghiacciaio e, quindi, un aumento dell'acqua di fusione".

Il maggior apporto di acqua di fusione ha determinato la creazione di alcuni laghi glaciali nel versante nepalese della catena montuosa, dove l'Unep (United Nations Environment Programme) ha indicato in una ventina quelli potenzialmente pericolosi per alcuni villaggi a rischio inondazione. Uno di questi è il lago Imja, nato negli anni '60 nella regione dell'Everest, il quale secondo gli ultimi rilevamenti si estende per una superficie di 150 ettari e aumenta il suo perimetro di 47 metri all'anno.

Solo una barriera di detriti glaciali si oppone alla tracimazione di questi specchi d'acqua, una diga composta di sedimenti di roccia e ghiaccio. Nei prossimi anni il peso dell'acqua di fusione potrebbe rompere queste barriere naturali e dilagare a valle, provocando un'onda di fango che, secondo alcune previsioni, continuerebbe la sua corsa per un centinaio di chilometri. Il problema quindi non si limita agli agglomerati urbani del Nepal, l'intero bacino idrologico meridionale dipende dalle acque di fusione del complesso himalayano inclusi i tre più grandi fiumi dell'India e del Pakistan: l'Indo, il Brahmaputra e il Gange.

C'è però differenza di comportamento fra i ghiacciai dell'Himalaya e quelli del Karakorum, situati più a occidente, nel nord del Pakistan, che risultano invece stazionari o addirittura in lieve avanzata. "Un'anomalia che non è ancora stata spiegata completamente", precisa Antonello Provenzale dell'Isac-Cnr. "All'origine, probabilmente, ci sono sia lo spesso strato di 'debris' (rocce frammentate) che li ricopre, proteggendoli dalla fusione, sia la diversa situazione meteorologica. L'Himalaya è caratterizzato dalla dinamica del monsone indiano, mentre il Karakorum è dominato dall'interazione fra monsoni e perturbazioni invernali delle medie latitudini provenienti dal Mediterraneo e dall'Atlantico".

Risulta quindi fondamentale acquisire informazioni e mettere a punto modelli in grado di prevedere possibili scenari di cambiamento della precipitazione e di disponibilità di risorse idriche. Anche al fine di pianificare la gestione delle risorse idriche, gli interventi di adattamento corrispondenti inclusa la stima dei costi/benefici della costruzione di nuove dighe.

M.M.

Fonte: Paolo Bonason, Istituto di scienze dell'atmosfera e del clima, Bologna, tel. 051/6399590 , email p.bonasoni@isac.cnr.it - Antonello Provenzale, Istituto di scienze dell'atmosfera e del clima, Torino , email a.provenzale@isac.cnr.it -