Ultima edizione | Archivio giornali | Archivio tematico | Archivio video

CNR: Alamanacco della Scienza

Archivio

N. 0 - 14 gen 2009
ISSN 2037-4801

Focus  

Cultura

L‘Antica Roma, campionessa di ‘solidità‘

Roma non è considerata come zona sismica. I terremoti di magnitudo elevata sono poco probabili. Il sisma che ha colpito L'Aquila la notte tra il 5 e il 6 di aprile ha però causato non poca apprensione nei romani. La città, nel passato, per effetto di terremoti che si sono verificati a circa 100 km di distanza lungo la catena appenninica, ha subito danni importanti, lo testimoniano le fonti epigrafiche e documentali. In queste circostanze alcune aree della città si sono mostrate più sensibili di altre ai danneggiamenti dei terremoti appenninici. Gian Paolo Cavinato, dell'Istituto di geologia ambientale e geoingegneria (Igag) del Cnr di Montelibretti ne spiega le ragioni. "Roma è costruita in buona parte su colline costituite da rocce di origine vulcanica - al di sotto delle quali sono presenti rocce compatte ghiaiose e argillose - e in parte su terreni poco compatti: ghiaie, sabbie e torbe di origine alluvionale, presenti nelle valli fluviali del Tevere e dell'Aniene. Su questi ultimi suoli i terremoti della catena abruzzese e dei Monti Albani sono più avvertibili e temibili".
La ragione di questa diversità di comportamento può essere facilmente compresa. "Le onde sismiche dei terremoti che avvengono nella crosta terrestre", continua Cavinato, "si propagano verso la superficie come un treno d'onda, simile a quello che vediamo sulla superficie dell'acqua quando vi gettiamo un sasso: più l'onda è distante dal punto di impatto, minore è l'ampiezza (quindi, applicato a un terremoto fa vibrare meno il terreno). Nelle valli alluvionali, dove sono presenti terreni disomogenei e con spessore variabile, questo tipo di sollecitazioni (quali le onde sismiche di terremoti di notevole magnitudo) possono avere effetti di amplificazione locale, 'effetti di sito', che potrebbero determinare anche danni ingenti".
L'Igag-Cnr collabora con la Protezione civile nazionale alla definizione delle pericolosità geologiche presenti nelle aree urbane del territorio nazionale. "In questo primo anno e mezzo di attività", spiega il geologo, "abbiamo svolto, con le università di Roma 'La Sapienza' e Roma Tre, indagini dettagliate su dati di superficie e di sottosuolo della Capitale, allo scopo di ricostruire, con l'ausilio di modelli tridimensionali, la geometria e le caratteristiche litologiche e litotecniche di quei terreni presenti nelle valli alluvionali che hanno una maggior criticità per la vulnerabilità degli edifici".
A dimostrare quanto la diversa risposta sismica dei diversi tipi di suolo possa essere importante c'è l'aspetto dell'Anfiteatro Flavio, universalmente noto come Colosseo. Esso mostra chiaramente, nel suo aspetto attuale, gli effetti dovuti alla diversa risposta sismica locale dei terreni su cui poggiano le sue fondazioni: nella parte nord è perfettamente conservato, la parte sud, verso l'Arco di Costantino e il Celio, appare invece fortemente danneggiata e del tutto priva della cinta esterna.
"Il Colosseo poggia su due diversi tipi di terreno", precisa Cavinato. "La parte nord sorge su ghiaie compatte che formano la base della solida collina del Colle Oppio. A sud, invece, era presente un'incisione fluviale, il fosso Labicano, affluente minore del Tevere, che alimentava un piccolo laghetto, annesso alla Domus Aurea neroniana. Gli architetti romani, per ripianare le fondazioni, interrarono il fosso con materiali di riporto. Con il passare del tempo, per effetto del peso dell'imponente struttura, le fondazioni dell'anfiteatro ebbero cedimenti. Probabilmente già dopo la costruzione questa parte del terreno si abbassò in alcuni punti; poi, in seguito ai forti terremoti dell'Appennino, come testimoniato dalle epigrafi presenti nel Colosseo, i crolli continuarono".

Claudio Barchesi

Fonte: Gian Paolo Cavinato, Istituto di geologia ambientale e geoingegneria, Roma, tel. 06/90672603, email gianpaolo.cavinato@igag.cnr.it