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CNR: Alamanacco della Scienza

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N. 20 - 14 dic 2011
ISSN 2037-4801

Focus - Racconti di Natale  

Cultura

Cenone all'ombra dell'Himalaya

Atterrare a Lukla era un'esperienza che ti lasciava con il fiato sospeso. Non che oggi la situazione sia migliorata di molto, la pista dell'aeroporto si inerpica sempre in salita, all'arrivo, mentre in partenza precipita nel vuoto, dopo un paio di centinaia di metri. Oggi però c'è l'asfalto e una rete metallica ne delinea il perimetro. Nell'inverno 1980 la pista era un lingua di terra e sassi al centro ed erba ai lati, senza interruzione di continuità con i campi di patate e miglio, dove yak e vacche gradivano particolarmente pascolare.

Ci arrivammo a metà dicembre, al mattino presto, con un Twin Otter da 16 posti, occupati per metà da noi alpinisti e per l'altra da una prima parte dei nostri bagagli.

Il freddo era pungente, si sentivano tutti i 2.800 metri di quota e l'aria che scendeva dalle montagne di oltre 5.000 metri che ci stavano attorno, un'aria sottile, impregnata dal fumo delle cucine in piena azione che fuoriusciva dai tetti e si disperdeva sul crinale della montagna a formare un sottile velo.

Ci fu eccitazione al nostro arrivo, gente che correva a prendere i carichi, altri che ci accoglievano con tazze di tè caldo. Ci accompagnarono con orgoglio allo Sherpa Hotel, una costruzione nuova, realizzata a lato della pista, fatta di legno e sassi di granito squadrati ad arte. Con un grande atrio circolare e un camino di pietra al centro. L'avevano voluta le famiglie di Lukla che si occupavano di turismo, una sorta di cooperativa locale.

"Tomorrow, con il volo da Kathmandu arriva il resto del cargo", ci avevano rassicurato.

Oltre al sottoscritto e al medico della spedizione, c'erano altri quattro amici. L'ambizione era quella di salire in inverno un ‘ottomila', per la precisione il Lhotse, 8.511 metri. Nessuno lo aveva mai fatto prima. Per la verità nessun uomo aveva mai raggiunto una quota di 8.000 metri in inverno, sino ad allora.

Prendemmo posto nelle nostre stanze, le cui porte massicce in legno d'abete davano direttamente sul grande atrio ricco di legni profumati, di tappeti e panche a cerchio intorno al fuoco, conferendo alla stanza un qualcosa di famigliare con le baite alpine. Le stanze avevano letti comodi, con trapunte pesanti, un armadio in legno, legno sulle pareti e soffitto.

La mattina successiva all'alba qualcuno bussò alla porta della stanza aprendola con un thermosfumante in mano, "Tea time, sir", porgendone una tazza.  Dopo la colazione e l'inventario uscimmo fuori, scoprendo un cielo grigio e freddo. Un vento teso scendeva dalla valle alla cui sommità, qualche decina di chilometri più a nord, c'era il grande cono dell'Everest, con i suoi venti e ghiacciai. Aspettammo tutta la mattina ciondolando lungo la pista, allungando l'occhio verso la cresta della montagna di fronte da dove il giorno prima eravamo sbucati con il nostro piccolo ‘bielica' per poi picchiare verso Lukla. Tendevamo le orecchie, in ascolto di qualsiasi rumore meccanico che sormontasse quello del vento tra le lamiere del tetto dell'aeroporto.

Nulla! Verso mezzogiorno Dawa ci chiamò per il pranzo. Il cuoco aveva preparato pollo, patatine e insalata di verza. Niente male. La sera c'erano sempre zuppe di patate o di pollo, verdure fritte, riso e dhal, le lenticchie onnipresenti nei pasti nepalesi.

Non avemmo migliore fortuna il giorno successivo e quello dopo e dopo ancora. Andammo a camminare tutti i pomeriggi successivi, trovammo dei sassi di granito che spuntavano per qualche metro sui campi di patate e iniziammo ad arrampicarci, un po' per allenamento, un po' per passare il tempo.

Arrivò la vigilia di Natale. Da più di una settimana passavamo il mattino in cima alla pista, stringendoci nei piumini, battendo i piedi e le mani intirizzite in attesa di un aereo del quale avevamo perso traccia. Nemmeno la vecchia radio dell'aeroporto funzionava, e la neve che si era depositata in quei giorni - anche se poca, forse una spanna - era insidiosa per un atterraggio.

Quel pomeriggio decidemmo che il Natale andava festeggiato. Spiegammo bene al nostro cuoco Chiring che doveva fare una cena favolosa, con la torta. Noi ci armammo di un'ascia e ci inoltrammo nel bosco per il rito più occidentale che potesse essere messo in atto: tagliare un abete per farci l'albero di Natale. Lo trascinammo con l'aiuto dei nostri sherpa fino all'interno dell'hotel.

Nel frattempo alcuni di noi saccheggiarono i negozi del villaggio di tutto quanto potesse somigliare agli addobbi natalizi. Il risultato fu ottimo, trovammo strisce e fiori di carta colorata, bandiere di preghiera tibetane, fazzoletti e oggetti colorati, candele.

Era un bellissimo albero, piazzato sul fondo della stanza, dietro al fuoco caldo del camino: caffè e tè ‘arricchito' di ‘Kukry Rum', l'unico liquore autoctono, peraltro passabile, conferivano all'ambiente un clima decisamente natalizio.

Sorpresa d'eccezione fu la ‘cena della vigilia' con la tavola apparecchiata alla grande. Oltre al pollo ci fu regalato il montone con spezie e chili in abbondanza. I nostri trovarono anche della birra. Chiring aveva compreso fino in fondo il significato che quella festa rappresentava per noi e aveva deciso di farcelo interpretare al meglio, insieme con Dawa e agli altri portatori e sherpa. Poi il ‘chang', una quasi ‘grappa', e il ‘rakshi', una specie di birra leggera, incominciarono a fare il loro effetti.

"San piri ri..." venne contata e danzata più volte: è l'inno delle montagne nepalesi. Noi ci esibimmo nella  ‘Montanara', con la ‘Grigna', il ‘Santo Natale'... Riuscimmo a scambiarci anche dei regali a mezzanotte. Biscotti, cioccolato, un coltellino, un paio di occhiali...

La mattina successiva la trascorremmo con un leggero mal di testa e l'orecchio vigile verso valle. Finalmente il giorno successivo il cielo si apri in tutto lo splendore delle vette himalayane innevate. La pista di neve sotto il sole si imbrunì e diventò di nuovo di terra. Il mattino successivo il ronzio si percepì lontano, poi un puntino apparve nel cielo, a sud, diventando man mano più grande fino a distinguerne la sagoma, le ali.

Il mattino seguente la nostra carovana poté partire verso il campo base dell'Everest e del Lhotse. L'ultima tappa fu Lobuche, a 4.900 metri. Lì, dopo alcuni anni, avremmo installato la Piramide, il laboratorio del Comitato Ev-K2-Cnr dove oggi ricercatori italiani e nepalesi lavorano insieme su progetti di grande valore scientifico e tecnologico. Insieme, tutti gli anni, festeggiano il Natale.

Agostino da Polenza

Fonte: Agostino Da Polenza , Progetto Everest-K2-Cnr, tel. 035/3230519, email agostino.dapolenza@evk2cnr.org