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CNR: Alamanacco della Scienza

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N. 12 - 13 lug 2011
ISSN 2037-4801

Focus - Il meglio di...  

Ambiente

Dall'effetto serra all'effetto selva

Il gioco di parole è divertente, ma il progetto 'Effetto Selva' è una cosa seria, che nasce dall'interazione tra Consiglio Nazionale delle Ricerche, Università di Parma, Università di Bologna, Fondazione Plef (Planet Life Economy Foundation e Associazione Promogiardinaggio: passare dall'effetto serra all''Effetto Selva'. Per la precisione, 'Effetto Selva: l'anima buona e aspirazionale della sostenibilità'. In sostanza, partendo dalle conoscenze sulla fitodepurazione dell'aria da parte delle piante, studiare le soluzioni per rendere salubri e confortevoli gli ambienti chiusi dove passiamo mediamente oltre l'80% del nostro tempo. La strada opposta a quella della distruzione del patrimonio naturale che ci espone sempre più agli agenti inquinanti, anche all'aperto.

"Il progetto è stato illustrato in anteprima al settimo Congresso internazionale sulle fitotecnologie, che si è tenuto a Parma e si propone di opporre al 'negativo' dell'effetto serra il 'positivo' della sostenibilità, concretizzata dal punto di vista dei consumatori", spiega Francesca Rapparini deòll'Istituto di biometeorologia (Ibimet) del Cnr di Bologna. "Potremmo definire l'Effetto Selva come un movimento culturale che, partendo dall'osservazione dei principi naturali, identifichi modelli e stili di vita finalizzati al benessere e immediatamente e facilmente applicabili da tutti". L'intenzione è quindi quella di sensibilizzare le persone con esperienze convincenti, anziché con affermazioni di principi e doveri. "Non sul piano solo emozionale, però, ma anche con azioni di comunicazione e con l'offerta di prodotti e servizi basata su argomentazioni di natura scientifica".

"Tramite un mirato utilizzo di piante, insetti e piccoli animali la nostra qualità di vita può migliorare nettamente, contribuendo nel contempo alla sostenibilità complessiva. L'azione informativa riguarderà le insidie invisibili agite dalle sostanze inquinanti nascoste negli ambienti chiusi domestici e lavorativi: vernici, solventi, adesivi, stampanti e fotocopiatrici responsabili della cattiva vivibilità di scuole, ospedali, uffici, appartamenti", prosegue la ricercatrice. "Perché allora non chiedere aiuto alle piante, come disinquinanti indoor?".

Il secondo step è quello di creare nelle città sempre più frequenti e ampie oasi verdi. "Riforestare le città attraverso interventi qualificati, creando grazie alla ricerca una banca dati e un inventario delle specie di piante che meglio si adattano a questo scopo", prosegue Rapparini. In parallelo, "avviare processi di formazione culturale e professionale rivolti a P.A., imprese, media e cittadini".

Leonardo Rizzo

Fonte: Francesca Rapparini , Istituto di biometeorologia, Bologna, tel. 051/6399005, email f.rapparini@ibimet.cnr.it