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CNR: Alamanacco della Scienza

N. 17 - 15 set 2021
ISSN 2037-4801

Focus - Casa  

Cultura

Dalla grotta alla domus

La “casa” nel corso dei secoli si è evoluta in relazione ai luoghi, al tempo e alla cultura di riferimento. “Ogni spazio abitato è il frutto di un processo di creazione e trasformazione da parte dell'uomo e diventa il luogo reale e simbolico nel quale una comunità si identifica e si riconosce”, spiega Massimo Cultraro, dirigente di ricerca dell'Istituto di scienze del patrimonio culturale (Ispc) del Cnr. “Il processo di trasformazione comincia in età paleolitica, quando le grotte naturali diventano luoghi di rifugio e protezione, nonché spazi organizzati secondo le esigenze comunitarie. Vi possiamo trovare l'area del focolare, spazio di condivisione sociale per eccellenza dove si cuoce e si consuma il cibo, ma anche per la lavorazione di pelli e di tutto ciò che poteva servire alla vita quotidiana. Lo spazio naturale della grotta subisce una marcata antropizzazione e assume connotati simbolico-religiosi, come indicano pitture parietali ed incisioni”.

A partire dall'8.000 a.C., con la diffusione della cultura neolitica nel Mediterraneo, si verificano delle trasformazioni. “La casa epigeica si sostituisce alla grotta. Le residenze vengono cioè costruite all'esterno e le differenze nella planimetria e negli aspetti decorativi, ad esempio le pitture sulle pareti esterne o la presenza di bucrani al di sopra delle porte, consentono di identificare una prima gerarchia di funzioni e relazioni sociali”; continua il ricercatore. “Nasce anche la casa dove alloggia la divinità che protegge la comunità, a fianco della quale troviamo la residenza del sacerdote, che media tra il mondo degli umani e la sfera ultraterrena. Emerge inoltre, come spazio architettonicamente definito, la casa del potere, dove abita colui che controlla e gestisce il gruppo”.

Nelle società complesse del III e II millennio a.C. del Mediterraneo orientale, però, emerge anche la divisione dello spazio abitativo tra componenti maschili e femminili. “Una partizione in cui risiedono scelte di natura sociale e simbolica, per evitare eccessive promiscuità sessuali, dal momento che nella casa vivevano anche servi e schiavi”, chiarisce Cultraro. “Questo modello avrà ampia popolarità nella Grecia micenea e soprattutto in età storica, quando la casa in cui vive il nucleo familiare allargato racchiude azioni domestiche ma anche religiose. Con l'espansione della cultura greca nel Mediterraneo in Sicilia appaiono i primi palazzi aristocratici, come quello dei Dinomenidi, la casa regnante di Siracusa, che aveva occupato parte dell'isola di Ortigia. Assieme alle case aristocratiche si sviluppano le residenze che oggi definiremo popolari. Si comincia a costruire in elevato per ottimizzare i lotti di terreno e creare una distinzione tra l'area di lavoro al pianterreno e quella privata al piano superiore”.

Molti di questi elementi si ritrovano nella casa romana, che però presenta un'interessante evoluzione: “Dall'originario modello di età arcaica, etrusca e italica, a quello di epoca repubblicana, quando la domus sintetizza gli influssi magnogreci e greci”, conclude il ricercatore. “Pompei ci tramanda, in uno straordinario stato di conservazione, il migliore esempio di casa aristocratica di età ellenistica. La struttura ruotava intorno alla corte centrale a peristilio, come nella casa greca, mentre il Triclinium, in molti casi duplicato, trasforma la sala da banchetto della casa greca. Non solo le dimensioni e l'articolazione planimetrica, ma soprattutto il sontuoso apparato decorativo, costituito da pitture murali, da statue e pavimenti a mosaico, rendono la residenza un luogo di socializzazione attraverso la pratica del banchetto, di contemplazione e studio grazie alle biblioteche. Il dominus, il padrone di casa, si serve spesso di modelli iconografici presi a prestito dai palazzi macedoni. Il Lararium, edicola in muratura o in legno dedicata al culto delle divinità che protegge la casa conferma l'idea identitaria dello spazio domestico”.

Naomi Di Roberto

Fonte: Massimo Cultraro, Istituto di scienze del patrimonio culturale , email massimo.cultraro@cnr.it -