Ultima edizione | Archivio giornali | Archivio tematico | Archivio video

CNR: Alamanacco della Scienza

Archivio

N. 14 - 14 lug 2021
ISSN 2037-4801

Focus - Cina  

Ambiente

Il Dragone verso la sostenibilità?

Secondo i dati di uno studio effettuato dal Rhodium Group, la Cina, nel 2019, ha superato l'insieme di tutti i Paesi industriali per emissioni di gas serra, generando  il 27% del totale di quelli prodotti a livello globale, seguita dagli Stati Uniti con l'11% e dall'India con il 6,6%, che ha superato l'Unione europea, stabile al 6,4%. Dati che segnano un cambiamento. “Riferendosi soltanto alla CO2, il  più diffuso dei gas che alterano il clima, dalla rivoluzione industriale ad oggi - cumulativamente - il Paese che ne ha emessa di più sono stati gli Stati Uniti d'America, circa il doppio di quella della Cina. Attualmente, invece, le emissioni annue cinesi sono circa il doppio di quelle statunitensi, anche se quelle pro-capite cinesi sono ancora meno di un terzo rispetto alle americane”, sottolinea Antonello Pasini dell'Istituto sull'inquinamento atmosferico del Cnr.

La posizione dello Stato asiatico nei confronti del problema dell'inquinamento ambientale sta però cambiando se, come annunciato in una nota ufficiale seguita all'incontro svoltosi lo scorso aprile a Shanghai tra l'inviato degli Stati Uniti per il clima, John Kerry, e la sua controparte cinese, Xie Zhenhua, Cina e Stati Uniti si sono impegnati a cooperare  tra loro e con altri Paesi per affrontare la crisi climatica. E questo mutamento emerge anche dagli atteggiamenti e dalle scelte a livello governativo. “Nonostante una crescita industriale tumultuosa, che spesso non ha considerato i danni all'ambiente, la direzione del Governo cinese rispetto ai temi ambientali è cambiata notevolmente negli ultimi quindici anni, con, all'inizio di questo periodo, una virata decisa verso la soluzione di determinati problemi ambientali”, commenta il ricercatore del Cnr-Iia. “Ho potuto riscontrarlo personalmente nel periodo delle Olimpiadi di Pechino del 2008, quando il mio Istituto effettuava il monitoraggio dell'inquinamento atmosferico al Villaggio olimpico e io ero responsabile delle previsioni meteo-ambientali per quella zona. Sui giornali locali in lingua inglese venivano pubblicati numerosi articoli su temi e problemi ambientali e, considerando che si parla di uno Stato in cui esiste il controllo governativo sugli organi di stampa, vuol dire che si trattava di temi già allora considerati importanti dai vertici cinesi. E tutto è avvenuto certamente a seguito di una forte spinta dal basso: la popolazione non sopportava più gli enormi danni ambientali che causavano, tra l'altro, anche  molti decessi per inquinamento”.

Ma i motivi del cambiamento dell'atteggiamento cinese nei confronti di questo tema sono anche di tipo politico-economico. “Negli ultimi anni, durante la presidenza negli Usa di Donald Trump, la lotta ai danni ambientali e al cambiamento climatico è divenuta per la Cina un'occasione per assumere la leadership internazionale nella produzione di tecnologia per le energie rinnovabili: di fatto, oggi, circa il 50% dei pannelli fotovoltaici disponibili nel mondo viene prodotto in Cina”, sottolinea l'esperto.

Fatta sta, comunque, che il Paese del dragone è impegnato da anni per la transizione energetica verde, anche se non sarà un'operazione indolore. “Poco tempo fa il presidente cinese ha dichiarato di voler ottenere la neutralità climatica nel 2060, dieci anno dopo l'azzeramento delle emissioni nette pianificato dall'Europa”, chiarisce Pasini. “Certamente non sarà facile per la Cina eliminare le sacche di povertà presenti sul suo territorio riducendo nel contempo le emissioni, ma la volontà di prendere definitivamente la leadership nel settore delle energie rinnovabili, unita al fatto che le decisioni strategiche del governo vengono applicate immediatamente - anche con metodi inaccettabili per un Paese occidentale -, può consentire alla Cina di contribuire fattivamente alla riduzione delle emissioni mondiali di gas serra e, dunque, a mitigare il riscaldamento globale”.

Ed è una scelta in qualche modo inevitabile, oltre che decisamente positiva per la salute del Pianeta. “Se l'Europa, la Cina e gli Usa di Biden andranno su questa strada energetica e ambientale, ritengo che nell'attuale sistema economico globalizzato contrastare questa tendenza non sia conveniente per nessun altro Paese. E ciò potrebbe effettivamente porre un freno definitivo al riscaldamento globale recente di origine antropica”, conclude il ricercatore.

Rita Bugliosi

Fonte: Antonello Pasini, Istituto sull'inquinamento atmosferico, Monterotondo, tel. 06/90672274 , email pasini@iia.cnr.it -