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CNR: Alamanacco della Scienza

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N. 22 - 2 dic 2020
ISSN 2037-4801

Focus - Dante Alighieri  

Ambiente

I mutamenti del territorio

Se Dante si trovasse oggi a viaggiare lungo la pianura pisana si sorprenderebbe di quanto il litorale sia così diverso rispetto al suo tempo e di quanto l'avanzamento della linea di riva abbia cambiato l'ambiente e allontanato il mare dalla Pisa a lui nota. Quella contro cui, nel XXXIII canto dell'Inferno, al cospetto del Conte Ugolino, il poeta lancia una dura invettiva, immaginando improbabili migrazioni delle isole Capraia e Gorgona a chiudere la foce dell'Arno, cosicché tutti i pisani potessero annegare.

Nella realtà dei fatti, il litorale di Pisa è stato da sempre oggetto di una continua commistione di fattori naturali e antropici. Da quando era un celebre porto romano, ha subito una forte progressione della linea di costa, proseguita fino alla metà dell'Ottocento, quando ha iniziato a manifestarsi un'inversione di tendenza tuttora attiva e una propensione all'erosione. Le modifiche per mano dell'uomo, soprattutto in epoca storica, furono compiute con l'intento di preservare la città dalle continue inondazioni e di rendere più salutare e redditizia la pianura circostante, ricca di stagni e lagune. Già dal Trecento nel tentativo di evitare alluvioni, furono previsti dei “trabocchi”, per consentire alle piene dell'Arno di defluire verso le zone periferiche; in epoca medicea (1558) furono realizzate le "bocchette" di Putignano e anni dopo il "trabocco" di Fornacette. Nei primi anni del 1600 venne terminata un'opera idraulica di grande impatto, il "taglio ferdinandeo", con il quale la foce fu spostata verso Nord, per permettere un più regolare deflusso delle acque durante le mareggiate. Furono nel tempo tagliati i meandri naturali, canalizzato il flusso e alterato irreversibilmente l'antico fiume.

Lasciando il girone “toscano”, l'uomo nel corso dei secoli ha sistematicamente interagito con il naturale andamento dei corsi d'acqua, per sottrarre al naturale deflusso aree più estese da utilizzare per l'agricoltura, l'edificazione e le infrastrutture. Estese opere di bonifica, disboscamenti, modifiche dell'uso del suolo e delle pratiche agricole o intervenenti diretti sui fiumi attraverso rettificazioni, inalveazioni, argini e sottrazioni di aree golenali. Arginature estese per centinaia di chilometri sono state realizzate per difendere gli insediamenti lungo le grandi pianure, ma anche per favorirne l'espansione.

Proprio l'interazione fra difesa dalle inondazioni e sviluppo urbano ha generato complicati problemi di sicurezza: se l'argine diminuisce la pericolosità, ovvero la probabilità che il fiume possa esondare, è anche vero che necessita di periodiche manutenzioni e verifiche. Diversamente, una debolezza arginale potrebbe degenerare in cedimenti e, in caso di piene straordinarie, in disastri. Nell'immediata vicinanza di queste opere si sono sviluppate numerose attività umane, quartieri residenziali, strade e scuole. Non deve quindi sorprendere se tra le peggiori alluvioni avvenute negli ultimi venti anni, con pesanti conseguenze dal punto di vista economico e delle vittime, sono da annoverare quelle causate da cedimenti arginali. Ricordiamo i vasti territori del Veneto allagatisi, nell'autunno 2010, a causa di diverse rotture d'argine lungo il Bacchiglione a Ponte San Nicolò, il Tesina Padovano a Veggiano e il Frassine nel comune di Megliadino San Fidenzio. Nel gennaio 2014, il cedimento dell'argine destro del fiume Secchia nel comune di Modena inondò in poche ore l'abitato di Bastiglia e, nel 2017, si registrò il sormonto e il successivo cedimento dell'argine destro del fiume Enza a Brescello.

Ma è nei centri urbani che il reticolo idrografico è stato più aggressivamente sottomesso a continue alterazioni, tra cui tombature - coperture dei corsi d'acqua - e occlusioni. La tombatura rappresenta la maggiore insidia: cementificando e ricoprendo l'alveo si sono nascosti tratti di fiumi e torrenti di cui il cittadino è un inconsapevole e incauto vicino di casa. Opere volute per sanare città e villaggi dai putridi e maleodoranti corsi d'acqua che li attraversavano sono poi state utilizzate per scopi meno onorevoli. Si stima che attualmente in Italia ci siano circa 12 mila chilometri di corsi d'acqua tombati. In occasione di piogge di alta intensità questi fiumi nascosti, non riuscendo a far defluire la piena costretta all'interno, irrompono nelle strade e nelle piazze distruggendo e, non di rado, facendo strage di vite umane. Esempi, i torrenti Bisagno e Fereggiano a Genova, noti alle cronache per il ripetersi di rigurgiti ed esondazioni dalle drammatiche conseguenze, le più recenti avvenute nel novembre 2011 e nell'ottobre 2014. Ma anche il Rio Maggiore a Livorno nel 2017 o il torrente Dragone ad Atrani nel 2010, tutte esondazioni con pesanti conseguenze in termini di vite umane perse e di danni economici.

Viene da chiedersi in quale girone infernale il sommo poeta ci avrebbe costretto o, se alla vista di tanta scelleratezza, non avrebbe deciso di crearne uno ad hoc.

Paola Salvati

Fonte: Paola Salvati, Istituto di ricerca per la protezione idrogeologica, Perugia , email paola.salvati@irpi.cnr.it -