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CNR: Alamanacco della Scienza

N. 18 - 7 ott 2020
ISSN 2037-4801

Focus - Agricoltura  

Socio-economico

I braccianti tornano al centro dell'economia

Il settore agricolo, da sempre ambito centrale e caratteristico dell'economia italiana, nel corso degli anni ha subito un lungo processo di cambiamento che ha riguardato prima di tutto il lavoro della terra in sé, ma anche lo sviluppo e il successivo impiego di nuove tecnologie, il rinnovamento della forza lavoro, di provenienza sempre più estera, i contratti di manovalanza. Durante il lockdown e l'emergenza sanitaria, il settore ha però rivelato il suo vero valore commerciale e strategico riscontrando inoltre la necessità di garanzie in materia di qualità e sicurezza, regolate poi da piani nazionali di interventi messi in atto proprio a sostegno del settore.

“La pandemia di Covid-19 ha messo in luce il ruolo chiave e le vulnerabilità di diversi lavoratori cosiddetti 'essenziali', inclusa la mano d'opera del sistema agricolo”, dichiara Lucio Pisacane, dell'Istituto di ricerche sulle popolazione e le politiche sociali (Irpps) del Consiglio nazionale delle ricerche “La chiusura delle frontiere tra i Paesi Eu e l'impossibilità per gli stagionali di raggiungere i luoghi di lavoro durante la primavera del 2020 ha reso evidente il ruolo cruciale della manodopera straniera nella produzione agricola italiana, riportando al centro del dibattito politico la vulnerabilità di questi lavoratori. Nei Paesi dell'Europa mediterranea, il ruolo centrale dei lavoratori stagionali agricoli nella 'locked-down agroclture' è risultato così evidente da divenire una questione politica a causa delle pesanti ricadute economiche nel sistema agricolo, sprovvisto della necessaria forza lavoro per il raccolto”.

A partire dagli anni duemila infatti, soprattutto nel Mezzogiorno, la disponibilità da parte degli italiani a lavorare in campagna nell'agricoltura intensiva si è andata sempre più riducendo e, tale fenomeno ha contribuito alla crescita dell'impiego di lavoratori stranieri, principalmente extra comunitari, nonostante questi risultino meno tutelati di quanto lo sono in altri mestieri. A oggi il mondo della campagna viene definito un settore “aperto”, dal quale si può entrare o uscire facilmente per intraprendere nuovi percorsi lavorativi o meglio retribuiti e, soprattutto, un settore “transitorio”, in quanto impegno di ripiego in mancanza di valide alternative lavorative decorose per gli stranieri. “Questo carattere di 'ultima scelta' per molta parte dell'offerta di lavoro nel settore agricolo caratterizza oramai tutti i Paesi dell'Europa mediterranea”, spiega il ricercatore nel suo contributo per il volume dell'Irpps-Cnr “Migrazioni e integrazioni nell'Italia di oggi” a cura di Corrado Bonifazi. “Le spiegazioni, seppur complesse e diversificate nei vari contesti, possono essere individuate per un verso nell'esigenze delle aziende produttrici di comprimere i costi e, in secondo luogo, nel carattere stagionale e transitorio della domanda di lavoro agricolo. Questi fattori hanno storicamente caratterizzato la partecipazione dei lavoratori agricoli migranti alle economie che li hanno ospitati e, diversamente da altri settori produttivi, i braccianti stranieri non hanno mai beneficiato della trasformazione progressiva delle economie ospitanti. I lavoratori stranieri sono oramai divenuti una componente strutturale della nostra agricoltura, di cui non si può e non si potrà fare a meno, e che richiede urgenti politiche di integrazione e contrasto allo grave sfruttamento lavorativo”.

Durante il lockdown, l'attività agricola è stata inclusa tra quelle ritenute necessarie e quindi non soggette ai blocchi delle attività produttive, il lavoro agricolo, e soprattutto la questione dei braccianti, è stata però enormemente discussa. “L'inedita visibilità dei braccianti stranieri nell'agricoltura italiana ha avuto due spinte propulsive, la prima è che l'agricoltura e i suoi lavoratori sono stati riconosciuti come 'servizio essenziale' e per la prima volta è risultato evidente il fondamentale contributo degli stranieri nel settore primario della nostra economia”, continua Pisacane. “La seconda spinta è stata invece epidemiologica e legata alle precarie condizioni di vita e di lavoro degli stranieri in agricoltura, condizioni che non permettono di garantire il distanziamento e le condizioni igienico sanitarie. In questo contesto, i braccianti stranieri sono divenuti un segmento a forte rischio di contagio e i luoghi di vita e lavoro si sono trasformati in potenziali focolai non controllabili e perciò altamente rischiosi. Paradossalmente le medesime condizioni sociali e abitative che prima del Covid-19 erano largamente accettate nelle zone rurali italiane, seppur in violazione dei diritti umani dei braccianti stranieri, oggi non sono più tollerabili, alla luce delle problematiche sollevate della pandemia. In questo senso è andata anche l'azione politica che proprio a seguito della pandemia ha deciso per un regolarizzazione di massa riservata agli stranieri impiegati nel settore agricolo e nei lavori di cura”.

Viste le difficoltà operative che rendono impossibile lo svolgersi dell'attività e impongono una limitazione della stessa, il Governo ha infatti previsto, con i decreti-legge "Cura Italia", "Liquidità" e "Rilancio", tutti poi convertiti in legge dal Parlamento, specifiche misure di sostegno, interventi a garanzia delle imprese agricole, misure per la promozione del settore agroalimentare e l'incremento del Fondo per la distribuzione di derrate alimentari. In Europa, è stata prevista la possibilità per i lavoratori stagionali agricoli di passare facilmente le frontiere, per svolgere le mansioni cui sono chiamati in un altro Paese, diverso da quello di residenza. "Le prospettive di integrazione e il miglioramento delle condizioni di vita e di lavoro dei braccianti stranieri dipendono dal riconoscimento dei loro diritti di lavoratori e da una necessaria emersione dall'illegalità del lavoro stagionale nel settore agricolo. La recente regolarizzazione ha solo in parte risposto a queste sfide e secondi i dati disponibili (fine luglio) circa 20.000 lavoratori hanno potuto entrare nella legalità. Evidentemente troppo pochi. Rimane aperta la sfida per il mondo agricolo italiano di affermare il ruolo chiave della manodopera straniera, di una maggiore legalità nei rapporti di lavoro e di riconoscere valore ai prodotti e al lavoro agricolo”, conclude il ricercatore. “Nel prossimo futuro giocheranno un ruolo in questo scenario la Grande distribuzione organizzata (Gdo), le scelte dei consumatori e la composita organizzazione rivendicativa dei braccianti stranieri che lentamente si costituisce come forza sindacale. La pandemia ha sbaragliato le carte, ma i problemi strutturali del nostro sistema agricolo rimangono i medesimi così come i giocatori al tavolo. La posta è prima di tutto la dignità del lavoro nel settore primario, evidentemente essenziale, insieme alla sicurezza alimentare e sanitaria di tutto il sistema paese”.

Naomi Di Roberto

Fonte: Lucio Pisacane, Istituto di ricerche sulla popolazione e le politiche sociali, Roma , email l.pisacane@irpps.cnr.it -