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CNR: Alamanacco della Scienza

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N. 14 - 15 lug 2020
ISSN 2037-4801

Focus - Un posto dove tornare  

Cultura

Quando il Sahara orientale era verde

È di solito durante uno di quei tramonti rosso fuoco che, insieme al geoarcheologo e grande amico Mohamed Hamdan, facciamo ritorno al campo alla fine di una lunga giornata di ricognizione che ci ha portati a esplorare quelle aree dell'Oasi di Farafra ancora sconosciute, rimaste incontaminate per oltre 10.000 anni. È in quel momento che entriamo in tenda e ci sediamo intorno al tavolo per definire il programma di lavoro dei giorni che verranno. Ed è in quell'occasione che, immancabilmente, Mohamed si accende la sua sheesha. “I miei migliori articoli li ho scritti fumando la sheesha”, dice, “senza sheesha non riesco a pensare”. È una tradizione che va avanti da decenni, sin da quando Barbara Barich, fondatrice del Progetto archeologico nell'Oasi di Farafra, in Egitto, ci ha voluto con lei per condividere quest'avventura in una delle regioni più remote e affascinanti del Pianeta. Da allora non ci siamo più fermati: un mese di scavo all'anno, conferenze, pubblicazioni, programmi di formazione.

L'obiettivo principale del progetto, attualmente diretto da me e Barbara Barich (Fondazione Sapienza e Ismeo) è la ricostruzione delle dinamiche di popolamento della regione durante la tarda preistoria, millenni prima che le piramidi di Giza venissero costruite. Da circa 10.000 fino a 5.500 anni fa, infatti, il Sahara orientale non era la regione arida che conosciamo oggi; i gruppi umani tendevano a stanziarsi sulle sponde di piccoli laghi stagionali dove le risorse vegetali e animali erano presenti in abbondanza. In realtà, anche durante le fasi climatiche maggiormente aride, come quella attuale, le oasi del Sahara egiziano hanno continuano a disporre di una certa quantità d'acqua presente nel sottosuolo. È proprio grazie a questa risorsa che in epoca faraonica, e poi durante l'occupazione romana, le oasi egiziane hanno visto il progressivo sviluppo di centri urbani che in epoca moderna e contemporanea si sono densamente popolati, divenendo col tempo vere e proprie città.

L'Oasi di Farafra, una regione inizialmente sconosciuta, ha oggi il suo posto nella storia culturale dell'Egitto pre-protostorico grazie alla ricostruzione archeologica, paleoclimatica e bioarcheologica effettuata dal nostro gruppo di ricerca multidisciplinare composto da colleghi egiziani, italiani e internazionali. In particolare, tra VII e VI millennio a.C. l'area di Wadi el Obeiyid, situata a nord dell'Oasi, ha mostrato l'emergere di una cultura locale caratterizzata da insediamenti semi-sedentari, maggiore complessità sociale e tecnologie ad alto standard di manifattura. I gruppi umani stanziati in questi proto-villaggi praticavano ancora attività di caccia e raccolta delle specie selvatiche disponibili localmente, cui era associato, a partire dal 6200 a.C. circa, l'allevamento dei caprovini importati dalle regioni levantine. Le datazioni dei resti di caprovini domestici rinvenuti a Farafra sono tra le più antiche di tutta l'Africa.

Un'importante testimonianza del mondo simbolico delle comunità stanziate a Farafra è offerta anche dalle raffigurazioni rupestri presenti nelle grotte di Wadi el Obeiyid, che erano luoghi di sosta e di culto per i gruppi che transitavano nella regione. I gruppi umani stanziati nell'oasi erano soliti spostarsi anche su ampie distanze. Questo è confermato dal ritrovamento di manufatti realizzati con materie prime non locali, tra cui il basalto, e dalla presenza, tra le raffigurazioni rupestri, di soggetti esotici; tra queste, si possono sicuramente ricordare le imbarcazioni, sicuramente non utilizzate nei piccoli bacini lacustri locali e animali come la giraffa, i cui resti non sono presenti tra quelli individuati grazie alle analisi archeozoologiche.

Con il peggioramento climatico e l'incremento dell'aridità dal 5500 a.C. i gruppi umani stanziati a Farafra cominciarono a dirigersi stabilmente in direzione della Valle del Nilo, dando il loro contributo agli sviluppi culturali di quelle regioni che, secoli più tardi, avrebbero visto la comparsa della civiltà egizia.

Dopo un mese di lavoro intenso e meraviglioso, torniamo in Italia con la profonda consapevolezza di lasciare i siti archeologici nelle migliori mani possibili. Gran parte dei nostri amici e colleghi che collaborano con noi da molti anni sono nati e cresciuti nell'oasi; conoscono la storia della loro terra e, di ritorno a casa, incoraggiano le comunità locali a comprendere l'unicità del patrimonio dell'oasi, coinvolgendole così nella sua protezione.

(Si ringrazia Sandra Fiore per la collaborazione)

Giulio Lucarini

Fonte: Giulio Lucarini, Istituto di scienze del patrimonio culturale , email giulio.lucarini@cnr.it -