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CNR: Alamanacco della Scienza

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N. 12 - 17 giu 2020
ISSN 2037-4801

Focus Fellini e Sordi  

Cultura

Un film tra Caporetto e Vittorio Veneto

“La grande guerra” (1959) di Mario Monicelli – prodotto da Dino De Laurentis, protagonisti Alberto Sordi e Vittorio Gassman - può considerarsi il primo grande film italiano dedicato al conflitto che sconvolse l'Europa e parte del mondo tra il 1914 e il 1918. Il soggetto è tratto dal raccolto “Due amici” di Luciano Vincenzoni, a sua volta debitore dell'omonimo scritto di Maupassant. Nella trasposizione filmica i due fanti protagonisti sono il romano Oreste Jacovacci (Sordi) e il milanese Giovanni Busacca (Gassman), entrambi pigri e pavidi, che dopo aver evitato molti scontri diretti e salvatisi dalla rotta di Caporetto, vengono catturati dal nemico in occasione di una missione da portaordini sulla linea del Piave, considerata senza particolari rischi. Sottoposti a interrogatorio circa i piani e le operazioni dell'esercito italiano nella zona, però, i due oppongono il silenzio e verranno passati per le armi. Il film si chiude con il passaggio e inconsapevole omaggio dei bersaglieri davanti alle salme dei due caduti.

Monicelli attinse sicuramente anche da “Un anno sull'altipiano di Emilio Lussu (1937), uno dei documenti più importanti della narrativa di guerra italiana, dove un testimone diretto descrive la vita dei soldati in trincea, mettendo in luce l'irrazionalità e gli orrori del conflitto, la disumanità delle norme e della disciplina e le frequenti prevaricazioni da parte delle gerarchie militare nei confronti delle truppe, punto di vista che il film riprende appieno. La prima guerra mondiale fu il primo grande scontro bellico dove la tecnologia rivestì un ruolo preponderante rispetto alla componente umana, creando un enorme shock psicologico, sociale e culturale. Negli ultimi decenni, un'ampia storiografia ha analizzato le vicende e gli effetti legati a questa dimensione: dalle ferite e mutilazioni volontarie inflitte dai soldati ai propri corpi pur di sottrarsi alla guerra e tornare a casa, alle decimazioni dei reparti applicate dagli ufficiali con cieco sadismo per contrastare insubordinazioni e atti di viltà spesso solo presunti, agli enormi sacrifici umani provocati da strategie e tecniche di combattimento ormai superate, ma imposte con ottusa pervicacia da generali inetti e ostinati, incapaci di impostare strategie adeguate e umanamente sostenibili. Il quadro che porterà da Caporetto al Piave e da Cadorna a Diaz, per sintetizzare la situazione italiana.

Oltre ad una saggistica e diaristica cospicue, i molti sacrari e musei della '15-18 rendono ancor oggi chiare le dimensioni dell'eroismo e dell'orrore del tempo: mesi di defatigante trincea e di attacchi sostanzialmente suicidi per guadagnare metri di pietraie; lavori di ingegneria e di trasporto immani per guadagnare posizioni montane ritenute nodali; il lavoro continuo e caritatevole degli ospedali da cui uscirono uomini straziati nel corpo e nell'anima; il numero esorbitante dei morti, per ciascuna battaglia e nel totale (un record che batte, per quanto riguarda i militari, persino la seconda guerra mondiale)…

La narrazione del film fa perno su questi aspetti demitizzando la retorica militarista e mettendo in risalto l'umanità sofferente dei militari, la vita contraddistinta da freddo, fango, pessimo vitto (“ottimo e abbondante”, però, quando Sordi lo assaggia sotto gli occhi del generale), equipaggiamento insufficiente, miserie morali, problemi di comunicazione e persino comprensione a causa dei dialetti usati dai soldati e dell'italiano parlato e scritto degli ufficiali (la guerra è il primo concreto evento di socializzazione nazionale post-unitario), le differenze sociali coincidenti quasi sempre con quelle di grado. Ma le sequenze mostrano anche i gesti di solidarietà tra commilitoni, i canti corali simbolo del comune, triste e nostalgico destino, gli inopinati scatti di dignità come quello che porta i due protagonisti a scegliere la morte pur di non tradire.

Considerato quindi il sostanziale e veritiero equilibrio del film, ai nostri giorni colpisce come – assieme al grandissimo riscontro da parte del pubblico e della critica – la sua uscita abbia provocato tanta polemica: politica, cinematografica da parte di personaggi della levatura di Carlo Emilio Gadda e Giovannino Guareschi, che a Monicelli rimproverarono soprattutto il registro comico (in realtà, tragicomico). Un tema scivoloso, ancora inserito in ambiti di memoria e storiografia molto mitologico, impresse insomma al film un effetto dirompente, rendendolo uno spartiacque per l'immaginario collettivo della grande guerra.

Maurizio Gentilini

Fonte: Maurizio Gentilini, Dipartimento di scienze umane e sociali e patrimonio culturale del Cnr, Roma , email maurizio.gentilini@cnr.it -