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CNR: Alamanacco della Scienza

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N. 12 - 17 giu 2020
ISSN 2037-4801

Focus Fellini e Sordi  

Socio-economico

In cerca di una nuova vita

“È vero che stiamo cercando mio cognato, ma è anche vero che stiamo cercando noi stessi”: questa la massima che il ricco editore Fausto Di Salvio, interpretato da Alberto Sordi, condivide con il ragioniere Palmarini (Bernard Blier), costretto ad accompagnarlo nel film “Riusciranno i nostri eroi a ritrovare l'amico misteriosamente scomparso in Africa?”. La pellicola diretta da Ettore Scola racconta il percorso dei due uomini alla ricerca del cognato di Fausto, recatosi anni prima nel continente nero e di cui si sono perse le tracce.

Anche Di Salvio avverte il bisogno di scappare dai soffocanti ritmi a cui lo costringe il suo lavoro, dallo stress della vita professionale, famigliare, sociale, ma non riuscirà a seguire la scelta del cognato Oreste Sabatini, interpretato da Nino Manfredi, che ha ricostruito la propria vita lontano dalle convenzioni e dalla frenesia occidentali. Oreste ha insomma sposato la filosofia che oggi chiamiamo downshifting. “Il fenomeno è una reazione a tre agenti fondamentali: la massificazione, la pressione sociale e l'urbanizzazione in metropoli sempre più grandi. Storicamente, questa azione stressogena ha prodotto varie forme di reazioni psicologiche, nel passato tra le più famose abbiamo i Disturbi del comportamento alimentare, la claustrofobia e l'agorafobia, quindi la paura degli spazi chiusi o aperti, e la nomofobia, il terrore di non essere in connessione con gli altri”, spiega Antonio Cerasa, neuroscienziato dell'Istituto per la ricerca e l'innovazione biomedica (Irib) del Cnr. “La differenza fondamentale nel caso del downshifting è che non ci troviamo di fronte a una reazione patologica, ma alla ricerca cosciente e consapevole di strategie per fronteggiare lo stress sociale”.

Tra le motivazioni che spingono al downshifting, inducendo magari a rinunciare a una carriera di successo (come nel caso del film), la necessità e il desiderio di avere più tempo libero a disposizione, di dedicare più spazio alla famiglia, di un contatto più stretto con la natura. In poche parole, di allentare lo stress. “Lo stress si distingue in buono o cattivo. Nel primo caso, spinge a essere produttivi e aiuta a rendere meglio in vari ambiti; nel secondo, porta a essere troppo performanti, a caricarsi di impegni eccessivi, con la conseguenza di non poter gestire tutto e il rischio di sviluppare malattie croniche”, distingue il ricercatore Cnr.

Il downshifting può interessare diversi settori, è un fenomeno trasversale. “Si riferisce innanzitutto all'ambito lavorativo, dove la competizione può generare forti frustrazioni, rendendoci incapaci di gestirle emotivamente”, continua Cerasa. “Un secondo ambito è quello relazionale, in quanto la concentrazione in megalopoli urbane con un'intensa vita sociale si manifesta spesso nella crisi della relazione di coppia, attestata dall'aumento lineare di divorzi e separazioni. Per proteggere la famiglia dalle pressioni sociali e da quelle interne al nucleo (nascita e crescita dei figli, problemi di reddito e lavorativi, gestione di genitori e parenti anziani o malati), ovviamente, il downshifting può rappresentare una strategia funzionale solo se condiviso dai membri”.

Professare i benefici di uno stile di vita sano e lontano dalle catene del consumismo e del capitalismo non è certo una novità moderna. Esistono precedenti religiosi e filosofici antichi, fino a esempi contemporanei, come è stato in Italia quello di Simone Perotti, divenuto scrittore-marinaio: un uomo che ha letteralmente preso il largo dalla sua vita precedente. “Per fare in modo che il downshifting non si riduca a una moda temporanea, è opportuno tradurlo prima di tutto in un'educazione psico-emotiva al concetto di equilibrio, a uno stato fluido in cui la persona acquisisce nuove competenze sociali per adattarsi all'ambiente esterno, grazie alla propria autoregolazione”, conclude il neuroscienziato.

Laura Politi

Fonte: Antonio Cerasa, Istituto per la ricerca e l'innovazione biomedica , email antonio.cerasa@cnr.it -