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CNR: Alamanacco della Scienza

Archivio

N. 11 - 3 giu 2020
ISSN 2037-4801

Focus - Wellness e fitness  

Socio-economico

Percezione del rischio e Covid-19

Il modo in cui le persone percepiscono il rischio è oggetto di studio da molti anni e, nella fase di emergenza in corso, è importante mettere a frutto le riflessioni, per capire la diffusione della paura nella società, il rifiuto di ammettere i problemi e i meccanismi di scatenamento delle emozioni su cui alcuni comunicatori fanno leva. La gestione del rischio, di cui la comunicazione è parte integrante, deve affrontare l'infodemia, che rischia di provocare danni sociali profondissimi e di lunga durata, ponendosi il problema della percezione del rischio e dotandosi di adeguati strumenti di valutazione degli interventi anche da questo punto di vista.

La rivista scientifica “International Journal of Environmental Research and Public Health" aveva lanciato a inizio anno una Special Issue dedicata alla “Ricerca sulla percezione del rischio in ambiente e salute” (Editor Cori L, Bianchi F e Cadum E, https://www.mdpi.com/journal/ijerph/special_issues/Risk_Perception), che ha in seguito esteso il suo campo di attenzione a ricerche su Covid-19, come introdotto dall'editoriale di apertura, che spiega la rilevanza del tema in tempo di emergenza e la pertinenza nel campo di ambiente e salute.

Il tema ambiente e salute include le complesse interazioni tra ecosistema e stato di salute delle comunità umane, adottando una prospettiva tipicamente collettiva per motivi legati alla portata dei problemi che riguardano comunità colpite dall'inquinamento di specifiche matrici ambientali e gli effetti sulla salute. Le malattie di origine ambientale sono malattie non trasmissibili, per le quali la causa non è l'evento necessario e sufficiente e che quindi si determinano con una certa probabilità. Infatti, quando valutiamo la mortalità o le malattie provocate ad esempio da polveri sottili si calcola la proporzione di persone che muoiono o si ammalano per quel motivo sul totale dei malati o deceduti.

Covid-19 è una malattia infettiva o trasmissibile, basata sul passaggio di un agente infettante da un portatore a un ospite, che a sua volta può trasmettere il virus ad altri soggetti, tutti riconoscibili e identificabili. Covid-19 ha sconvolto la vita di tutti, inclusi i ricercatori chiamati a occuparsene, andando anche a esplorare confini disciplinari che sembravano invalicabili. Covid-19 entra nel campo di ambiente e salute perché ha le sue origini e si manifesta in un contesto di intensi mutamenti climatici e sconvolgimenti di ecosistemi, in cui si creano le condizioni favorevoli per mutamenti dei rapporti tra animali e tra animali e persone e aumentare le probabilità di contagio. Nella lista stilata dal gruppo di lavoro Oms sulla strategia globale R&D Blueprint preparatoria a eventuali epidemie e pandemie, assieme alle molte malattie con elevato potenziale epidemico è stata introdotta anche la condizione “malattia X”, assumendo che un'epidemia grave e globale o sovranazionale può originare da un patogeno al momento non identificato. Ecco, la malattia X si è manifestata, e sembra aver colto di sorpresa il mondo e la ricerca (https://www.who.int/activities/prioritizing-diseases-for-research-and- development-in-emergency-contexts).

Nell'origine e nella diffusione della malattia si mescolano in modo inscindibile fattori sociali, determinanti di salute e fattori ambientali, quali l'inquinamento degli ambienti, che genera popolazioni più vulnerabili all'attacco della malattia. Poiché le cause di malattie di tipo sociale e di tipo ambientale sono collegate, servono anche nuovi paradigmi d'interpretazione. Insieme all'epidemia si diffonde e cresce la paura. Nella moltitudine di interventi sui media si ritrovano tutti gli ingredienti tipici delle epidemie: accuse, complotti, strumentalizzazioni, interessi oscuri, pochi che provano a tranquillizzare troppo e molti che pretendono collaborazione e razionalità di fronte a scenari complessi (che nessuno riesce a conoscere in modo esaustivo). Le risposte individuali dei cittadini alle misure prese dai governi per limitare il contagio variano molto e la percezione del rischio, con i conseguenti comportamenti, può modificare fortemente l'andamento della malattia.

Riemergono paure sperimentate nel passato lontano (peste), più vicino (vaiolo) e mai dimenticate. Emergono uno per uno gli elementi che caratterizzano la percezione del rischio, che deve essere considerata per gestire la comunicazione del rischio in modo consapevole.

Le percezioni del rischio sono le valutazioni intuitive delle persone sui pericoli a cui sono o potrebbero essere esposti, tra cui una moltitudine di effetti indesiderati che le persone associano a una causa specifica. Le percezioni del rischio sono interpretazioni del mondo, si basano su esperienze, credenze, atteggiamenti, giudizi e sentimenti, sono influenzate da fattori individuali, sociali, culturali, di contesto e istituzionali.

I risultati di una vasta serie di ricerche hanno permesso di evidenziare alcune caratteristiche chiave che spiegano la percezione del rischio e la sua influenza sul processo decisionale: familiarità, controllabilità, esposizione volontaria, potenziale catastrofico, equità, immediatezza del pericolo e livello di conoscenza. Secondo questo approccio, la percezione del rischio è il giudizio soggettivo che le persone creano riguardo alle caratteristiche, alla gravità e al modo in cui il rischio è gestito. Uno degli elementi chiave è il senso di indignazione (outrage) che il rischio produce, che moltiplica l'ansia e attraversa rapidamente la società. In effetti, Sandman et al. propongono una definizione di rischio (R) come prodotto tra pericolo (P) e indignazione (I), cioè R=PxI. Il rischio è inteso come una valutazione probabilistica (probabilità di evento e gravità del danno potenziale), come tale è ampiamente influenzato dall'indignazione, che costituisce quindi un elemento chiave per comprendere il rischio, e quindi la sua natura e la sua gestione.

Gli elementi che aumentano o mitigano la percezione della paura e del rischio sono stati ampiamente esaminati e discussi.

• Volontarietà: se il rischio è assunto volontariamente, viene percepito come meno grave. Questo è applicabile al fumo, alla guida di auto veloci e alla pratica di sport pericolosi. Se il rischio è imposto da altri (forze esterne) viene percepito come maggiore. Il rischio di Covid-19, come di tutte le pandemie, non solo è involontario, è anche parzialmente controllabile da parte degli individui e difficile da controllare anche da parte delle autorità sanitarie e dei governi.

• Conoscenza: un rischio insolito viene percepito come più spaventoso e il nuovo Coronavirus circolante in questi tempi è stato presentato come un virus sconosciuto, senza cure efficaci. Un rischio di origine naturale provoca meno paura e le teorie della cospirazione aumentano la sensazione di disagio e paura. Un rischio reversibile provoca minore ansia rispetto a un rischio irreversibile. Un rischio che comporta benefici potrebbe anche essere accettabile, come nel caso delle tecnologie/industrie che creano posti di lavoro o forniscono servizi mentre incidono sulla giustizia sociale o sulla salute. Nel caso del nuovo Coronavirus, possiamo vedere come gli individui, le comunità e i Paesi subiscono forti svantaggi, e la paura del tasso di letalità è altissima.

• Visibilità: un fattore di rischio invisibile viene percepito come più pericoloso di uno visibile (ad es. un impianto chimico, un inceneritore o stazioni radio base).

• Fiducia: se si ha fiducia in chi gestisce il rischio, non lo si percepisce così alto. Nel caso di Covid-19, molti individui alzano la voce, anche in modo opportunistico, per minare la credibilità delle istituzioni sanitarie. Una volta persa la fiducia, è molto difficile riconquistarla. Le divergenze nella comunità scientifica in una situazione di emergenza possono avere effetti devastanti se non si ottiene un consenso. Le autorità pubbliche devono prestare particolare attenzione alla condivisione delle conoscenze, alla ricerca di alleanze nella società e alla costruzione della fiducia, che a sua volta ridurrebbe la paura.

La paura è quindi una caratteristica intrinseca di Covid-19 e non è completamente gestibile, tanto meno con richiami generici a dominare la paura, così come non è evitabile che ci sia preoccupazione per la gestione di un problema così complesso.

Pensando alla fase di ritorno alla “normalità” e al futuro, la cautela deve essere massima e aiutare a promuovere una maggiore preparazione e una migliore risposta da parte del settore sanitario, anche intervenendo sulla percezione del rischio. La paura potrebbe innescare una coscienza più mirata alla cura verso il Pianeta, ricordando quanto sostenuto dal filosofo Hans Jonas secondo cui un'autentica responsabilità verso il futuro implica un'"euristica della paura": la paura che è radicata nel nostro bagaglio biologico può essere utilizzata come strumento che ci guida alla prudenza. Sarà interessante seguire il dibattito che si svilupperà nei prossimi mesi.

Liliana Cori e Fabrizio Bianchi

Fonte: Fabrizio Bianchi, Istituto di fisiologia clinica, Pisa , email fabrizio.bianchi@ifc.cnr.it - Liliana Cori, Istituto di fisiologia clinica, Pisa , email liliana.cori@ifc.cnr.it -