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CNR: Alamanacco della Scienza

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N. 10 - 20 mag 2020
ISSN 2037-4801

Focus - Consigli di lettura  

Cultura

La scienza e le sue battaglie

Utilizzare come titolo di un libro la parola Scoperta è, a un tempo, audace e contraddittorio. Audace perché si ritiene che il libro contenga qualcosa di sensazionale e quindi naturalmente attraente per qualsiasi lettore (potenze del marketing editoriale); contraddittorio in senso buono, perché la lettura che ne segue contraddice quell'impressione, smontandola punto per punto e riportando al suo significato una parola che aveva banalmente sollecitato solo l'immaginazione e non il pensiero.

Il libro “Scoperta. Come la ricerca scientifica può aiutare a cambiare l'Italia” (Codice edizioni) di Roberto Defez, parla di scienza e del suo rapporto con i problemi legati alla sua sopravvivenza (la burocrazia, l'ignoranza, la convenienza elettorale dei politicanti, le corporazioni), ma in realtà è un libro romantico: il suo obbiettivo è riportare alle origini di quella particolare e umana tipologia di conoscenza e alla storia della sua vicenda in un mondo che rischia, ogni giorno, di perdere questo filo d'Arianna in un labirinto sempre più complicato.

Intanto, scrive l'autore, cominciare a pensare il termine scoperta non come un evento, simile alla discesa dal Sinai, di alcune verità ma come un processo. La verità non risiede tanto su quello che si scopre ma su come questo evento si realizza. Il metodo scientifico è il lento avanzamento della conoscenza da un'iniziale incertezza fino alla costruzione di mattoni sicuri e solidi da cui ripartire per il passo successivo. L'autore usa la metafora delle costruzioni edilizie abbastanza di frequente per mostrare così il secondo paradosso della scoperta e cioè che la solida conoscenza si realizza solo se il costruttore si muove in un ambiente dinamico, precario, ricco di stimoli ma soprattutto se condivide con gli altri esperti e che solo lui riconosce come tali, il mondo delle sue ricerche. Condividere e comunicare implicano l'uso intelligente del linguaggio.

Galileo, padre del metodo scientifico è anche padre di un altro interessante pensiero. All'accusa di contrastare le verità di fede riportate nella Bibbia lo scienziato pisano fece un'osservazione molto acuta, non in un pubblico trattato ma in una lettera privata a Maria Cristina di Lorena: “non poter mai la Sacra Scrittura mentire, tutta volta che si sia penetrato il suo vero sentimento; il qual non credo che si possa negare esser molte volte recondito e molto diverso da quello che suona il puro significato delle parole.”

Non sono quindi le parole a ingannare ma il modo con cui vengono lette. Interpretare un discorso, letto parola per parola assumendo la verità scolpita dall'eterno fa assumere alla “scoperta” la forma della rivelazione mentre è il frutto della fatica di ogni uomo che ne rimette in discussione il senso e ne ricostruisce per sé e per gli altri nuovi significati.

La scienza è quindi un delicato esercizio di intelligenza collettiva, che per svilupparsi ha bisogno di qualità e di armonie molto difficili e la sua crescita è meno facile di quanto si possa pensare. Essa, come scrive Josè Ortega y Gasset ne “La ribellione delle masse”: “è riuscita a costituirsi, a stabilirsi pienamente nel breve quadrilatero compreso tra Londra, Berlino, Vienna e Parigi. E anche dentro a questo quadrilatero solamente nel secolo XIX. Ciò dimostra che la scienza sperimentale è uno dei prodotti più incerti della storia. Maghi, sacerdoti, guerrieri e pastori hanno pullulato ovunque e comunque. Però questa fauna dell'uomo sperimentale richiede, appunto, per prodursi un complesso di condizioni più singolare di quello che genera l'unicorno”.

Le istituzioni pubbliche e la società che riconosce ai ricercatori un particolare statuto e pone al centro della propria azione l'attività scientifica fanno parte anch'esse di questo delicato tessuto ma non sempre ciò è possibile e, soprattutto, non esiste una garanzia che quello che ha funzionato nel passato possa essere accettato nel presente o nel futuro.

I maghi, i pastori, i professori di recitazione, sono sempre al lavoro per indicare la strada certa, sicura, indefettibile, ed è possibile riconoscere invece questi antichi maestri dell'osservazione dalla capacità di comprensione espressa nel loro linguaggio. Scrive Proust nella sua “Ricerca del tempo perduto”: “una finezza interpretativa spesso designata con la locuzione “leggere tra le righe”. Se nelle assemblee vi è assurdità per perversione di questa finezza, vi è stupidità per assenza della stessa finezza nel pubblico che prende tutto “alla lettera”, che non sospetta una destituzione quando un diplomatico viene sollevato dalle sue funzioni “dietro sua richiesta”, ma pensa “se l'ha chiesto lui, vuol dire che non è stato destituito”, né una disfatta quando i russi ripiegano strategicamente davanti ai giapponesi su posizioni prestabilite e meglio presidiate”.

L'autore ci porta così nel viaggio verso questo paradiso delle verità raccontandoci come le maggiori incomprensioni di questi anni sono legate alla incapacità di usare il linguaggio come uno strumento di comunicazione. I casi della Xylella fastidiosa, della guerra ai vaccini, degli attacchi agli Ogm raccontati come esempi di questo atteggiamento ci rimandano a vecchie storie di superstizione e di inciviltà che sembravano ormai scomparse e che invece riaffiorano ogni volta che si perde di vista non solo il modo di governare la conoscenza ma si vuole distruggere il suo delicato tessuto perché scomodo e non utile ai propri interessi.

Governare la scienza con la burocrazia o piegarla a fini e scopi di una chiesa, una combriccola, una compagnia delle opere rivela, presto o tardi, il suo vero volto. Il problema è dunque evitare, durante il divampare di questo incendio, di rimuovere e ridurre al silenzio chi continua a conservarne i preziosi insegnamenti. Gli scienziati hanno compreso che le società non sempre ritengono conveniente farlo. Per debolezza, per incapacità, perché sempre ossessionate nella ricerca di certezze che aiutino a superare momenti difficili. Le società hanno però un altro modo per imparare dalla scienza: quando non si seguano i suoi avvertimenti o le sue perplessità, presto o tardi, pagheranno l'errore. Lo scienziato quindi, si legge ancora in Ortega y Gasset: “non speri che, anche se chiarita la questione, l'uomo-massa se ne darebbe per inteso, l'uomo-massa non bada a ragioni, e apprende nella sua stessa carne”.

Il metodo suggerito da Defez è la costruzione di una élite (parola oggi ritenuta esecrabile), un luogo cioè dove riportare la conoscenza alla sua forma di dialogo, dove ciò che si discute è l'unico vero metro di giudizio e di valore. Una Repubblica degli scienziati così come si pensò nei secoli scorsi a fondare una Repubblica delle lettere o della fede. Ed è questo progetto che viene continuamente contestato da chi predica la fede nel testo scritto, nel sapere esclusivo, nel miracolo, nella certezza, nel numero, nello share.

In questi tempi di pandemia tutti nominano la scienza, intervistano la scienza, ne chiedono conto e alcuni manifestano insofferenza perché gli scienziati non sono d'accordo, dicono cose contraddittorie, non danno termini perentori continuando così a confondere la scienza con la fede, ma soprattutto a sollevarsi da qualunque responsabilità.

Di fronte a questo misero spettacolo vale rileggere, assieme a questo testo, un altro libretto pubblicato nel 1840. È “Storia della colonna infame” di Alessandro Manzoni che racconta come un medico, resosi conto di alcuni fenomeni legati ad un'epidemia di peste cercasse di comprendere, attraverso l'osservazione dei malati, quali potessero essere le cause di questo flagello. Fu denunciato alla polizia, processato da alcuni giudici che chiamarono a testimonianza le persone che accusarono il medico di azioni sospette ed essere il propagatore del morbo. Il medico fu condannato e giustiziato come colui che aveva portato la peste nella felice ed allegra città di Milano.

È un libro amaro e, una volta letto, ogni persona onesta prova un giusto sentimento di condanna di quei giudici e di quella città ma non Manzoni che ci ricorda come: “noi, proponendo a lettori pazienti di fissar di nuovo lo sguardo sopra orrori già conosciuti, crediamo che non sarà senza un nuovo e non ignobile frutto, se lo sdegno e il ribrezzo che non si può non provare ogni volta, si rivolgeranno anche, e principalmente, contro passioni che non si possono bandire, come falsi sistemi, né abolire, come cattive istituzioni, ma rendere meno potenti e meno funeste, col riconoscerle nei loro effetti, e detestarle”.

Roberto Reali

Fonte: Roberto Reali, Dipartimento di scienze bioagroalimentari, tel. 06/49932195 , email roberto.reali@cnr.it -