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CNR: Alamanacco della Scienza

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N. 10 - 20 mag 2020
ISSN 2037-4801

Focus - Consigli di lettura  

Ambiente

Il Pianeta depredato

L'Antropocene. Ovvero l'ultima Epoca della scala geologica in cui l'uomo ha portato la Terra oltre i suoi limiti naturali. Gli esseri umani non sono più solo partecipanti alle complesse interazioni della vita del Pianeta: ne sono diventati la forza dominante. Come è potuto accadere? È possibile definire una data esatta a segnare l'inizio dell'Antropocene? Che implicazioni ha la definizione di tale inizio? A queste e altre domande scientifiche risponde magistralmente “Il Pianeta umano” (Einaudi), di Simon Lewis e Mark Maslin, ottimo esempio di rigorosa divulgazione scientifica, che, oltre alla grande capacità di scrittura e qualità della traduzione in Italiano, offre una prospettiva storica chiara di come l'uomo si sia distribuito sul Pianeta, ne abbia depredato le risorse e si candidi ora ad averne un controllo totale. Il libro offre un'affascinante prospettiva storica che ricostruisce tutte le fasi che, nei millenni, hanno portato a oggi.

Termine affascinante, coniato per la prima volta quasi vent'anni fa dal premio Nobel per la chimica Paul Crutzen, Antropocene ha preso piede nel mondo della ricerca e nella divulgazione scientifica per definire l'Epoca della storia della Terra in cui l'uomo è divenuto il maggiore agente di cambiamento e impatto sull'evoluzione del clima, sulla drammatica riduzione di biodiversità, sull'alterazione di tutti i cicli biogeochimici, del ciclo idrologico e dell'uso del suolo. 

IlPianeta umano” è il pianeta in cui l'uomo domina sugli oceani e sul paesaggio, sugli animali e sull'agricoltura, attraverso un pervicace asservimento e una ininterrotta distruzione di tutte le risorse. Le dighe trattengono otto volte più acqua dolce di quanta ne trattengano insieme laghi, fiumi, ghiacciai temperati (non polari) e falde acquifere, oltre a 300 milioni e 3 milioni di tonnellate rispettivamente di sedimento e di carbonio organico. E ancora, se consideriamo, in peso, la totalità dei mammiferi viventi sulla Terra, scopriamo che il 3% appena è costituito da animali tuttora selvatici, il 30% siamo “noi”, i 7.5 miliardi di umani, mentre il restante 67% sono le poche specie di mammiferi allevati dall'uomo. La deforestazione ha portato al dimezzamento dei 6.000 miliardi di alberi presenti prima della rivoluzione industriale. Tra le tantissime forme di inquinamento, la plastica è la più visibile ed è ormai una presenza pervasiva in ogni ambiente naturale dai ghiacciai alle coste, fino agli abissi oceanici. L'uomo impatta sui cambiamenti climatici con le emissioni di gas climalteranti derivanti da trasporti, riscaldamento, produzione industriale. L'acidificazione riflette la capacità dell'oceano di assorbire CO2 che, da un lato, ha consentito di rimanere per ora “soltanto” a 415 anziché 600 ppm in atmosfera ma, dall'altro, ha effetti sulla stabilità degli ecosistemi marini attaccando i gusci di carbonato di calcio di moltissimi organismi. Tutti questi dati provano, oltre ogni dubbio, quanto sia pervasivo, e purtroppo irreversibile, il nostro impatto sul Pianeta durante l'Antropocene.

Gli Autori non sono noiosi nemmeno dove spiegano le controversie tra le diverse scuole di pensiero su quale limite indicare con precisione come inizio dell'Epoca umana: la rivoluzione agricola all'inizio dell'Olocene, l'Orbis Spyke del 1610 quando per l'ultima volta la concentrazione di CO2 in atmosfera raggiunge un minimo relativo dovuto al processo di espansione delle foreste in America Latina a causa della strage, si stima, di almeno 50 milioni di nativi a opera dei “conquistadores”, o il 1963, anno di massima immissione di radionuclidi artificiali a opera dei test nucleari compiuti all'acme della “guerra fredda”.  Gli autori prediligono la seconda ipotesi, perché la conquista dell'America marca l'inizio della globalizzazione che porta al sistema interconnesso, un unico ecosistema globale, quando due circuiti di retroazione positiva si affermano e si fondono: l'investimento dei profitti per generare altri profitti e la produzione di conoscenza crescente attraverso il metodo scientifico. Da questo momento cambiamenti sociali e ambientali portano rapidamente la società verso la continua necessità di mutamenti radicali, per evitare il rischio di collasso.

L'importanza di riferirsi al termine Antropocene è tutta nel riconoscere gli impatti al lungo termine della nostra civiltà globale per arrivare a una modifica radicale della nostra percezione di noi stessi: siamo il principale agente di trasformazione del pianeta Terra e delle sue limitate risorse. In una parola: siamo i colpevoli. Non gli spettatori di processi naturali. E di questo dobbiamo prendere atto, caricando le nostre iniziative future di questa responsabilità collettiva.

Lewis e Maslin considerano il discorso sull'Antropocene come intreccio tra la storia umana e la storia della Terra vista nel contesto sistemico della Earth System Science, cioè come un sistema complesso di connessioni e retroazioni tra elementi quali atmosfera, suolo, oceano, criosfera e, oggi, antroposfera. Il libro prende atto di come i cambiamenti naturali causati dall'uomo siano aumentati e, oggi, l'insieme delle azioni dell'uomo sia una nuova e pervasiva forza della natura che determina in misura crescente il futuro del Pianeta. Su questa base, gli autori passano ad affrontare le quattro transizioni che portano dall'uscita dall'Africa orientale al mondo interconnesso attuale attraverso: la domesticazione e passaggio all'agricoltura, quasi 10.000 anni fa; la colonizzazione del mondo a partire dal 1500, alla ricerca del profitto privato, che ha portato a una sorta di “riconnessione” tra i continenti per la prima volta dopo 200 milioni di anni; la rivoluzione legata all'utilizzo di energia, apparentemente illimitata, accumulata nei combustibili fossili a partire dalla fine del Settecento con l'avvio dell'inurbamento che porterà secondo alcuni all'Urbanocene; la “grande accelerazione” a partire dal secondo dopoguerra, con la crescita (finora) esponenziale, e non sostenibile nel lungo periodo, dello sfruttamento di tutte le risorse del pianeta.  

Molte specie prima dell'Uomo hanno dimostrato la capacità di crescere esponenzialmente per un certo periodo (i batteri in presenza di zucchero, le alghe in un lago finché ci sono nutrienti e ossigeno), ma si sono sempre scontrate con la finitudine delle risorse su cui la loro crescita, momentanea, si basava. Non l'Uomo, che fino ad ora è stato capace di sfidare il limite, di volta in volta affidandosi allo sviluppo tecnologico sostenuto dalla “volontà di potenza” che tenta di spostare sempre più in là la resa dei conti; quante innovazioni sono ancora possibili a costi ambientali sempre più elevati?  Alla fine del Settecento si massacravano le balene per produrre 80 milioni di litri di olio per illuminazione all'anno; poi si è passati ai combustibili fossili, col loro impatto di CO2 e CH4 in atmosfera, ora si avvia la rivoluzione delle tecnologie verdi e digitali, ma il rapporto con le materie prime rimane lo stesso: sfruttamento esponenziale di metalli, terre rare ed elementi in traccia per reperire i quali si sbancano montagne e si prepara una strategia di “deep sea mining”, incurante della fragilità di ecosistemi del mare profondo che si conoscono ancora in modo estremamente incompleto e insufficiente.  

Le scelte che l'umanità ha di fronte in questi anni, o al massimo in pochi decenni, avranno conseguenze su un tempo infinitamente lungo, rispetto alla scala di una vita umana e a quella della stessa evoluzione dell'Antropocene, perché è in gioco l'uscita dalla modalità di oscillazione del sistema climatico che ha dominato il Pianeta nell'ultimo milione di anni (con periodi glaciali lunghi circa 100.000 anni e interglaciali brevi, lunghi tipicamente 10.000 anni, come l'Olocene durante il quale si è sviluppata la società moderna) per andare verso un Pianeta super-riscaldato come già accaduto molto più indietro nella sua storia (l'ultima volta massimo termico dell'Eocene). Discutere di Antropocene aiuterà senz'altro a chiarire la posta in gioco e a costruire “risposte umane e intelligenti alla vita sul nostro Pianeta dominato dall'umanità”.

“Se vuoi sapere dell'acqua non chiederlo a un pesce”, dice una frase celebre; la frase ha lo stesso valore se si domanda dell'Antropocene alle generazioni più giovani che lo vivono dall'interno, da quando sono venute al mondo. Credo, e soprattutto spero, che questo libro possa essere compreso dai più giovani, soprattutto se vogliono esercitare il loro pensiero critico e accrescere la propria consapevolezza del come siamo arrivati fino qui per capire cosa fare del proprio futuro.

Fabio Trincardi

Fonte: Fabio Trincardi, Dipartimento scienze del sistema terra e tecnologie per l'ambiente, tel. 06/49933836 , email direttore.dta@cnr.it -