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CNR: Alamanacco della Scienza

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N. 8 - 22 apr 2020
ISSN 2037-4801

Focus - Calamit  

Ambiente

Il controverso dialogo tra l'uomo e la natura

Nel “Dialogo della natura e di un islandese” di Giacomo Leopardi, un testo delle “Operette morali”, l'uomo cerca di sottrarsi ai disagi che la natura gli arreca, senza però riuscire nel suo intento: “Venti e turbini smoderati regnano nelle parti e nelle stagioni tranquille dagli altri furori dell'aria […] alcune volte mi è bisognato fuggire a tutta lena dai fiumi, che m'inseguivano, come fossi colpevole verso loro di qualche ingiuria”. Il mondo non è stato creato per servire l'uomo, una creatura tra tante, potrebbero dire laici, atei e agnostici; ma in realtà sempre più persone credenti sostengono la stessa tesi, cioè che all'uomo spetti non lo sfruttamento ma la conservazione della Terra. “Non siamo i padroni del mondo. L'uomo modifica il territorio in cui arriva, ma poi è anche la prima vittima delle sue azioni”, avverte Claudio Rafanelli, associato dell'Istituto per la microelettronica e microsistemi (Imm) del Cnr ed esperto dei cosiddetti “eventi estremi”. “Dovremmo essere coscienti di dove viviamo e del nostro comportamento. In moltissimi centri abitati, i torrenti che scendevano dalle colline sono stati coperti e tombati per una questione di praticità urbana, ma quando arriva una pioggia più forte si verificano molti e gravi problemi. È una calamità naturale o piuttosto una conseguenza che si sarebbe potuta evitare?”.

Eventi meteo-climatici estremi hanno causato nella storia migliaia di vittime. Ma molti di essi sono provocati dalla nostra insensata gestione dell'ambiente. “Bisogna distinguere: un uragano non è controllabile, ma un'alluvione è mitigabile. Gli eventi meteorologici che, alle nostre latitudini, portano alle alluvioni sono tempeste extratropicali, che riversano una quantità di pioggia intensa e concentrata in un tempo relativamente breve, ma gli effetti sono legati alla gestione del territorio: un'alluvione in una zona come la Val Padana, come quella che si è verificata nel 1951, causa molte vittime perché l'ambente non è, purtroppo neppure oggi, gestito bene. Non si deve costruire nelle aree golenali, troppo vicino alle sponde di un fiume, perché può accadere che la natura si riprenda i suoi spazi”, continua il ricercatore.

Dovemmo poi capire che esistono anche eventi connaturati alla fisiologia del territorio e imparare a distinguerli. “Alcuni territori sono segnati per ragioni geografiche dalla presenza di uragani, i quali però costituiscono una macchina termica necessaria al bilancio energetico del Pianeta. Alle latitudini comprese tra i 30º Nord e 30º Sud, se masse di aria fredda che discendono dai Poli incontrano aria calda equatoriale, producono un vortice. Si chiamano uragani quando si generano intorno alle coste dell'Africa occidentale, mentre nell'Oceano Indiano parliamo di tempeste tropicali; nella zona del Giappone parliamo invece di tifoni. Quando questo vortice arriva su un mare caldo, con una temperatura di almeno 25ºC, per una profondità di almeno cinquanta metri, diventa una macchina distruttiva, perché aspirando energia termica dal mare aumenta la sua vorticosità. Nel momento in cui arriva sulla terraferma, l'aspirazione termina e il vortice perde l'alimentazione energetica di cui ha bisogno, diventa una tempesta sempre più debole e nell'arco di pochi giorni si conclude. Il problema è che questa fase impatta su territori fortemente antropizzati, quindi i danni sono talvolta enormi. L'uragano ha un diametro di circa 1.000 km, al suo interno si muove con una velocità tangenziale di centinaia di km/h, mentre si sposta in orizzontale a 40-50 km/h circa. Il vento colpisce le costruzioni arrivando prima in senso antiorario nei territori del Nord, mentre al Sud il senso è orario, e dopo l'occhio del ciclone gira in senso contrario. Si utilizza a volte l'espressione 'vivere nell'occhio del ciclone' per indicare una situazione di pericolo, ma al centro del vortice la velocità è pari a 0 e il cielo è sereno. Il pericolo è attorno”.

Davanti alla potenza e alla furia distruttrice dell'uragano l'uomo riscopre la sua piccolezza. Nella “Critica del giudizio”, Kant spiega come l'uomo, quando la natura suscita timore, intuisca la sua fragilità ma al contempo trovi in se stesso la forza per non soccombere. Come reagire, dunque, dinanzi a fenomeni di questo tipo? Dal momento che l'uragano non può essere contrastato, assume un'importanza fondamentale la fase di ricostruzione. “Pensiamo alle misure di recupero adottate negli Usa. Dopo la distruzione, le assicurazioni e le agevolazioni a disposizione dei cittadini consentono di ripartire. Le case statunitensi sono principalmente in legno e quindi possono essere ricostruite facilmente. È una scelta politica e di economia. Fondamentale è poi la voglia di ricominciare”, dichiara Rafanelli.

Ulteriori elementi cui prestare attenzione sono la percezione del rischio e che la prevenzione si unisca alla collaborazione. “Serve una visione di lungo periodo, non si possono delegare i problemi dell'ambiente alle generazioni future. La classe politica e la società devono capire che è necessario prepararsi fin da ora per un evento che pure potrebbe realizzarsi tra un numero indefinito di anni e che noi potremmo non vedere”, conclude il ricercatore. “Oltre alla fondamentale presenza della Protezione civile, che scende in campo dopo l'accaduto, servirebbe nel nostro territorio una 'prevenzione civile', in grado di rendere gli italiani coscienti dei rischi”. Lo ha detto Leopardi, ma lo aveva già suggerito prima anche Lucrezio nel “De rerum natura”: il mondo non esiste in funzione dell'uomo.

Laura Politi

Fonte: Claudio Rafanelli, Istituto per la microelettronica e i microsistemi , email claudio.rafanelli@cnr.it -