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CNR: Alamanacco della Scienza

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N. 8 - 22 apr 2020
ISSN 2037-4801

Focus - Calamit  

Ambiente

La Terra trema, ma il danno lo fa l'uomo

“Il terremoto è un avvenimento comune, come la pioggia che cade e il vento che soffia, e gli uomini non hanno ancora preso confidenza con un fenomeno da cui ci si difende a fatica, per ignoranza e inadeguatezza, e da cui, in definitiva, fuggire non è possibile”. Esordisce così Mario Tozzi, ricercatore dell'Istituto di geologia ambientale e geoingegneria (Igag) del Cnr, nel capitolo sui terremoti del suo libro "Catastrofi”. In effetti i dati mostrano che la Terra è molto attiva, ma il vero pericolo qual è? “Ci ostiniamo a chiamare catastrofi naturali disastri in realtà provocati esclusivamente dalle azioni o dalla semplice presenza dell'uomo. È l'edificio che ci crolla addosso ad ucciderci, non il terremoto: una scossa violentissima in aperta campagna non produce alcun effetto sensibile”, ricorda Tozzi.

Ma quale è stato l'evento a sismicità più alta? Come riportato dal sito della United States Geological Survey-Usgs, il terremoto del 1960 nell'area di Valdivia-Puerto, in Cile, con magnitudo 9.5 Richter, accompagnato da uno tsunami che fece vittime e danni in Giappone, Hawaii, Filippine e costa ovest degli Usa: 1.655 morti, 3.000 feriti, 2 milioni di sfollati e 550 milioni di dollari di danni nel solo Cile del Sud. “Tutti i terremoti più violenti hanno avuto come origine il meccanismo a faglia inversa: le rocce si comprimono e i due blocchi opposti si accavallano l'uno contro l'altro, fratturando le rocce lungo il piano di faglia”. Lo stesso meccanismo del sisma 9.1 che scosse la regione giapponese di Tohoku nel 2011 e provocò lo tsunami sulla centrale nucleare di Fukushima, a 165 km dalla faglia: 15.703 morti, 4.647 dispersi, 5.314 feriti e 130.927 sfollati con oltre 300mila edifici, 2.000 strade, 56 ponti e 26 tratti ferroviari danneggiati, con una perdita economica stimata di 309 milioni di dollari. Il Giappone, spesso menzionato come virtuoso nella gestione del rischio sismico, “è disseminato di faglie attive per cui i sismologi si aspettano sismi distruttivi dell'ordine di 6.5-8.5 Richter nel prossimo futuro. Altra cosa è il maremoto, che viaggia veloce come un jet di linea a 800 km/h e, in mare aperto, nessuno lo avverte. Gli accortissimi geofisici giapponesi non si aspettavano un terremoto di quella violenza sul proprio territorio, ma al massimo di magnitudo 8 Richter (cioè decine di volte meno distruttivo)”, commenta il geologo.

I fattori che amplificano i danni di un terremoto, come abbiamo accennato, non sono esclusivamente legati alla magnitudo, né alla vicinanza all'epicentro. Per spiegarlo, Tozzi cita l'esempio del terremoto 8.1 Richter che colpì Città del Messico nel 1985, causando 900 morti, nonostante la scossa giungesse da 400 km di distanza, nel Pacifico: “A Nuevo Leòn, un quartiere della megalopoli, gli effetti degli urti fra gli edifici sono stati micidiali, con i pilastri in cemento armato che si sono spezzati per l'urto facendo crollare tre caseggiati limitrofi”. Invece molti altri palazzi “sono entrati in risonanza con le onde sismiche, perché erano stati costruiti in maniera tale che la loro frequenza di oscillazione fosse la stessa delle onde sismiche”.

Come sappiamo, anche la regione mediterranea è attiva sismicamente, per la convergenza fra la placca africana e quella euroasiatica, che crea un sistema di faglie complesso, con zone di “distensione” e “compressione” della crosta che rendono Turchia, Grecia e Italia zone ad alto rischio. “Il terremoto più tremendo di cui si abbia memoria nel nostro Paese fu quello di Messina e Reggio Calabria del 1908 (stimato 7.2 Richter), con un bilancio di 100mila morti”, cui seguì uno tsunami. Ancora più mortale del sisma di Lisbona del 1755 (magnitudo circa 8) con 60mila vittime. Il Messina-Reggio è “la vera catastrofe d'Italia, avrebbe dovuto coincidere con la presa di coscienza dell'estrema vulnerabilità del territorio nazionale. Così non è stato, perché misure utili come il divieto di innalzare palazzi alti più di 10 metri e quello di costruire su pendii in aree paludose, subirono numerose deroghe”. Del resto anche i terremoti degli ultimi decenni del Centro Italia sembrano evidenziare l'insufficiente presa di coscienza, la mancata applicazione di prevenzione e pianificazione anti-sismiche indispensabili per il nostro Paese. “In Giappone e California una scossa simile a quella di Amatrice avrebbe sicuramente spaventato le persone ma non sarebbe crollato nulla”, ribadisce Tozzi: “L'Italia è una zona sismica e dobbiamo mettere in sicurezza gli edifici in tempo di pace, non aspettare i terremoti e gli sciami sismici per agire”. Gli effetti di sito, cioè l'alterazione in superficie delle onde sismiche, legati alle condizioni geologiche del sottosuolo e topografiche del territorio, sono un altro fattore rilevante. Nel Centro-Italia, ad esempio, l'effetto sito è stato evidente durante il terremoto del 1997 a Trevi e Foligno (4.8 Richter): “Le due città sono distanti pochi km, ma mentre a Foligno i danni sono stati molto consistenti, a Trevi l'entità è stata inferiore. Foligno poggia su terreni alluvionali dotati di scarsa coesione, che hanno dilatato gli effetti del terremoto; Trevi si appoggia al costone calcareo del Monte Serano, più resistente alle scosse”.

Come abbiamo notato, spesso i terremoti più catastrofici in termini di danni e morti sono legati agli tsunami. Tremendo quello del 26 dicembre 2004 che ha devastato la costa settentrionale dell'Indonesia e colpito Sri Lanka, India, Thailandia, Maldive, Seychelles, Somalia: 20 minuti prima, un sisma di magnitudo >9 con epicentro fra Sumatra e le isole Andaman scosse la città Banda Aceh a nord di Sumatra. “E stato il terremoto più forte da quando gli uomini usano il sismografo: in circa 10 minuti si sono rotti 1.300 km di faglia fra la placca indiana e la microplacca Birmana”, commenta Tozzi. Il bilancio è di oltre 283mila morti, 14mila dispersi e un milione e 127mila sfollati, secondo dati Usgs . Tuttavia, riguardo al contesto geologico indonesiano, “ogni 230 anni in media si scatena un terremoto con magnitudo superiore a 8. Non è corretto dunque parlare in assoluto di imprevedibilità per gli ultimi eventi sismici”. Del resto neanche ai giapponesi fu possibile domare lo tsunami, che però hanno dato prova della loro straordinaria resilienza riprendendosi dai danni del terremoto del 2011: “Sono usciti ordinatamente dai grattacieli, che avevano appena smesso di oscillare come pioppi al vento, e si sono recati nei punti di raccolta. Non hanno mai recriminato contro la natura assassina o il terremoto killer. In Giappone è chiaro per tutti che i sismi, come pure le eruzioni, sono inevitabili, quindi fanno parte della pianificazione della vita nazionale e personale”.

Alessia Famengo

Fonte: Mario Tozzi, Istituto di geologia ambientale e geoingegneria, Roma , email mario.tozzi@cnr.it -