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CNR: Alamanacco della Scienza

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N. 13 - 30 giu 2021
ISSN 2037-4801

Focus - Sport  

Socio-economico

Parità di genere? Sempre meno lontana

Nel 2019 l'ultramaratoneta Jasmine Paris arrivò prima assoluta alla durissima Montane Spin Race, superando i partecipanti maschi in un trail lungo 428 km. Una vittoria che ha (ri)animato il dibattito sulle differenze tra prestazioni maschili e femminili. Paris, però, non è l'unica donna ad aver superato in una competizione i colleghi maschi negli sport di endurance: Sarah Tommas ha nuotato le quattro distanze più lunghe in acque aperte, tanto per citare un esempio.

Parlare di differenza prestazionale uomo-donna è certamente un argomento complesso, in cui fisiologia e aspetti socio-culturali possono essere tra loro correlati. Tuttavia, le ultramaratone come pure le competizioni “estreme” vedono in generale una partecipazione ridotta se non scarsa (la Montane Spin Race vinta da Paris contava 126 partecipanti), con numeri poco rappresentativi statisticamente.

Nel 1992 Whipp and Ward pubblicarono su Nature un articolo intitolato “Will women soon outrun men?” considerando lo storico dei record mondiali di corsa nelle specialità dalla maratona fino ai 200 metri.  Estrapolando il punto di incontro fra record maschile e femminile dalle curve (rette) agli anni successivi al 1980, il record del mondo femminile nella maratona avrebbe dovuto eguagliare quello maschile nel 1998. Attualmente Il divario nei 42 km si attesta intorno 10%, valore quasi invariato nel corso degli ultimi 30 anni.  Estrapolazioni a parte, Whipp e Ward osservarono un andamento crescente nello storico dei record per tutte le distanze e per entrambi i sessi, con una variazione più veloce nelle prestazioni femminili, probabilmente correlato ad un aumento nella partecipazione delle donne alle competizioni di élite in tutte le specialità.

“Nello studio di Nevil e Whyte, intitolato 'Are the limits to running world records?', i risultati dimostrano che il periodo in cui si è osservata la più alta prevalenza di nuovi record mondiali nelle corse di endurance è stato nella metà del 20esimo secolo, mentre nella fase finale di questo la prevalenza si è ridotta notevolmente, raggiungendo una sorta di plateau”, spiega Alessandro Pingitore, ricercatore dell'Istituto di fisiologia clinica del Cnr. “Questo avviene sia negli uomini che nelle donne, andamento verosimilmente legato all'approssimarsi del raggiungimento dei limiti fisiologici in entrambi i sessi, cosa che suggerisce l'impossibilità della donna di eguagliare le prestazioni degli uomini”.

Secondo quanto riportato nel 2014 da David Epstein nell'articolo “How much do sex differences matter in sports?” su The Washington Post, il divario nelle prestazioni uomo-donna è ancora più marcato in quelle discipline che richiedono potenza esplosiva, come il sollevamento pesi o il salto in lungo, probabilmente perché la diversità fisiologica fra i due sessi pesa ancora di più che per la corsa o il nuoto. L'uomo, infatti, è generalmente favorito da livelli fisiologici più elevati di testosterone. “Le maggiori concentrazioni di questo ormone rendono i maschi più alti e pesanti delle femmine, con un rapporto massa magra/massa grassa maggiore, cui corrisponde una maggiore percentuale di massa muscolare, supportata da uno scheletro più pesante composto da ossa più dense” continua Pingitore. “Inoltre, a parità di altezza gli arti maschili sono più lunghi dei femminili mentre il bacino è più stretto negli uomini, caratteristiche anatomiche che favoriscono il movimento della corsa”.

Le maggiori dimensioni del cuore nell'uomo corrispondono a valori maggiori di massimo consumo di ossigeno (VO2 max), ovvero della quantità massima di ossigeno impiegata al limite fra regime aerobico e anaerobico, in corrispondenza delle prime fasi di accumulo dell'acido lattico. Un maggiore volume cardiaco, che aumenta con l'allenamento, comporta una maggiore gittata sistolica e una maggiore ossigenazione muscolare. Nelle donne, inoltre, la minore concentrazione di emoglobina riduce l'efficienza del trasporto sanguigno dell'ossigeno ai tessuti rispetto ai maschi, con conseguente maggiore affaticamento e ridotta VO2 max. “Un elemento fondamentale è che gli uomini hanno una storia sportiva sensibilmente più datata delle donne, per cui i margini di miglioramento di queste ultime è significativamente più ampio” continua il ricercatore Cnr-Ifc. “Inoltre, questa storia più datata di allenamenti e di performance professionali ha indubbiamente modellato il corpo dell'uomo nel senso di renderlo più atletico e performante anche grazie all'evoluzione epigenetica, cioè a quelle variazioni di attivazione e repressione genica che avvengono anche con il condizionamento ambientale e dello stile di vita. L'esercizio e la fatica rappresentano dunque fattori condizionanti il corredo epigenetico. In questo ambito, è certo che il divario uomo-donna si riduce con l'allenamento, che comporta a sua volta un aumento generale nella performance atletica”

Ma fino a quanto si può spingere il limite massimo delle prestazioni sportive? È difficile prevedere sul lungo termine quali saranno i record futuri, come riportato nell'articolo “Has Athletic Performance Reached its Peak?” pubblicato su Sport Medicine nel 2015: i miglioramenti sportivi sembrano aver raggiunto una fase di stagnazione negli ultimi 30 anni per una serie di fattori quali il livellamento dell'altezza. “Il training è la parte più importante per ottenere una performance atletica di alto profilo” conclude Pingitore. “Quello fisico, muscolare, è ormai solo uno degli aspetti dell'allenamento. Il training mentale sta assumendo sempre più un ruolo chiave, guardando alla persona atleta in tutta la sua complessità e non solo come massa muscolare da sviluppare”.

Alessia Famengo

Fonte: Alessandro Pingitore, Istituto di fisiologia clinica , email pingi@ifc.cnr.it -