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CNR: Alamanacco della Scienza

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N. 14 - 14 lug 2021
ISSN 2037-4801

Focus - Cina  

Socio-economico

La famiglia ricomincia da tre

Lo scorso mese di maggio il Governo cinese ha annunciato l'arrivo di nuove misure demografiche per allentare le politiche di controllo delle nascite introdotte cinquant'anni fa. Le coppie potranno avere fino a tre figli per contrastare l'invecchiamento della popolazione. I recenti risultati del censimento decennale hanno registrato gli effetti del calo delle nascite: gli over 60 sono infatti passati dal 13,2% del 2010 al 18,7% del 2020, con un invecchiamento progressivo che avrà ripercussioni economico-sociali sulla vita del Paese. Nel 2020 le nascite sono state 12 milioni, 18% in meno rispetto ai 14,65 milioni del 2019, il dato più basso dal 1961.

La politica del figlio unico venne introdotta negli anni Settanta con il leader Deng Xioping che la considerò necessaria per il benessere del popolo cinese. “La Cina di oggi è sotto tutti i profili un Paese molto diverso da quello che si apprestava a lanciare nel 1978 con Deng Xiaoping le quattro modernizzazioni”, sostiene Corrado Bonifazi dell'Istituto di ricerche sulla popolazione e le politiche sociali (Irpps) del Cnr. “Secondo la dirigenza cinese, le modernizzazioni dell'agricoltura, della scienza e della tecnologia, dell'industria e della difesa nazionale non potevano infatti realizzarsi senza un forte rallentamento della crescita demografica, che rappresentava ancora un fardello difficilmente sostenibile per un Paese che voleva avviarsi lungo una strada di rapido sviluppo economico. Infatti, nonostante il tasso di fecondità totale (Tft) fosse sceso dai 6,3 figli per donna della seconda metà degli anni Sessanta ai tre del quinquennio 1975-'80, il tasso di crescita della popolazione si manteneva attorno all'1,5% annuo, determinando una sostenuta crescita della popolazione”.

Tali timori trovarono una loro traduzione numerica nelle previsioni effettuate nel 1978 da Song Jian, un esperto militare cinese che fu uno dei principali promotori della Politica del figlio unico (Pfu), in cui veniva evidenziato come nel 2080 la popolazione avrebbe raggiunto i 4 miliardi di abitanti se si fosse mantenuto costante il Tft del 1975. “Difficile pensare che una Cina con due miliardi di abitanti nel 2025 sarebbe stata in grado di arrivare ai risultati raggiunti in questi anni, anche se gli obiettivi della politica demografica erano ancora più ambiziosi fissando inizialmente un target di 1,2 miliardi di abitanti nel 2000”, aggiunge il ricercatore. “In realtà, in quella data la popolazione cinese ha poi raggiunto 1,27 miliardi di unità ma, nonostante i 70 milioni in più, l'obiettivo di fondo della politica demografica di rallentare e stabilizzare la crescita della popolazione appare pienamente raggiunto”.

Anche se i primi interventi di controllo della crescita demografica risalgono agli anni Cinquanta e con maggiore determinazione all'inizio degli anni Settanta è con la definitiva archiviazione del maoismo che tale politica raggiunse il suo apice. “Con il discorso di Hua Guofeng all'Assemblea nazionale del popolo nel 1979 venne introdotta la Pfu che, attraverso benefici e penalità, ha regolato per oltre un trentennio la riproduzione delle coppie cinesi”, afferma Daniele De Rocchi del Cnr-Irpps. “In realtà, negli ultimi anni la limitazione a un solo figlio ha riguardato le famiglie non agricole, che rappresentavano poco più di un terzo del totale: più della metà poteva invece averne un secondo se la primogenita era una bambina, e il restante 10%, composto da minoranze etniche e abitanti in aree periferiche, anche un terzo”. Se nel 1960 ogni donna cinese aveva in media sei figli, dal 1979 al 2015, per paura di ripercussioni negative per l'economia e per evitare la sovrappopolazione del Paese, il regime lanciò la politica del figlio unico. Le distorsioni della Pfu nella struttura per età hanno spinto sei anni fa il governo cinese ad autorizzarne due a famiglia. “Un intervento che non sembra aver prodotto grandi risultati, anche perché lo sviluppo complessivo della società cinese sembra aver creato, come in tutti i Paesi del Sud-Est asiatico, le condizioni strutturali per una bassa fecondità. È questa probabilmente la ragione che ha spinto il Governo cinese al provvedimento di pochi giorni fa, che ha portato a tre il numero di figli consentito”, precisa Bonifazi.

Se dal punto di vista dimensionale la Pfu ha sicuramente raggiunto i risultati desiderati, non sono mancate le conseguenze negative. “Tra queste sono da registrare la forte coercizione dei diritti individuali, uno sbilanciamento nel rapporto tra i sessi a sfavore delle bambine con ripercussioni sul mercato matrimoniale, la distorsione della struttura per età con conseguente invecchiamento della popolazione, in presenza di un sistema di welfare non in grado di affrontare un aumento così massiccio degli anziani”, sottolinea Giacomo Panzieri del Cnr-Irpps. “A proposito dello squilibrio del rapporto tra maschi e femmine alla nascita, provocato da infanticidi e aborti selettivi, vale la pena ricordare, oltre le pesanti implicazioni etiche e morali, il fenomeno delle 'missing girls', che mancano all'appello, per lo sbilanciamento del rapporto maschi-femmine”.

Il Governo di Pechino, preoccupato per il calo delle nascite in atto da tempo e per il conseguente invecchiamento della popolazione,  ha dunque autorizzato le coppie ad avere fino a tre figli. Ma la società è cambiata e ora bisogna convincere soprattutto le donne a mettere al mondo più figli, in una società competitiva dove l'istruzione è molto costosa. I risultati delle ricerche mostrano come la maggioranza dei cinesi non ha intenzione di avere più di un figlio, e questo potrebbe determinare nei prossimi anni una fortissima accentuazione degli squilibri tra le classi di età. Va poi considerato che i primi nati sotto la politica del figlio unico hanno ora circa 40 anni. Si possono così trovare a essere i soli responsabili dei due genitori e a volte anche dei nonni, dopo magari essersi spostati a grande distanza dalle zone di origine. “Nonostante lo straordinario sviluppo economico, la Cina rischia così di diventare un Paese vecchio, ma non abbastanza ricco da poter sostenere tutti gli anziani. Una situazione che mette a repentaglio la stessa sostenibilità del sistema pensionistico: attualmente l'età pensionabile è 60 anni, ma i fondi pensionistici avranno grosse difficoltà a sostenere i futuri pensionati. È la fine di quella finestra di bonus demografico determinato dalla Pfu che ha accompagnato lo sviluppo cinese degli ultimi quarant'anni”, specifica Bonifazi.

La crescita della popolazione in età lavorativa, che ha superato il miliardo di unità nello scorso decennio, è stata inizialmente accompagnata dalla diminuzione dei giovani e da un contenuto aumento degli anziani. “Il risultato è stato un progressivo calo dell'indice di dipendenza totale, passato dal 78,3% del 1975 al 36,5% del 2015, ma destinato a tornare nel 2055 al di sopra del 70%. Per avere un'idea dell'impatto complessivo della Pfu sulla popolazione cinese, è utile confrontarne gli sviluppi passati e futuri con quelli dell'India, l'altro grande gigante asiatico”, conclude Bonifazi. “Secondo le previsioni delle Nazioni Unite tra qualche anno la popolazione dell'India sarà più numerosa di quella cinese. Ciò è frutto di politiche di limitazione delle nascite diverse e meno decise di quelle cinesi. Il risultato delle diverse politiche appare dagli andamenti delle curve: nel 1950 la Cina aveva 554 milioni di abitanti e l'India 376. Fino all'introduzione della Pfu le due popolazioni sono cresciute parallelamente, ma dagli anni Ottanta nel primo caso si è avuto un rallentamento dei ritmi di crescita, mentre nel secondo si sono mantenuti elevati. Il risultato è che la popolazione cinese dovrebbe raggiungere il proprio massimo nel 2031 con 1,46 miliardi di abitanti, mentre quella indiana continuerà la propria crescita fino al 2059 arrivando a 1,65 miliardi”.

Marina Landolfi

Fonte: Corrado Bonifazi, Istituto di ricerche sulla popolazione e le politiche sociali, Roma, tel. 06/49272460 , email c.bonifazi@irpps.cnr.it - Daniele De Rocchi, Istituto di ricerche sulla popolazione e le politiche sociali, Roma , email daniele.derocchi@irpps.cnr.it - Giacomo Panzeri, Istituto di ricerche sulla popolazione e le politiche sociali, Roma , email g.panzeri@irpps.cnr.it -