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CNR: Alamanacco della Scienza

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N. 4 - 24 feb 2021
ISSN 2037-4801

Focus - Distopia  

Socio-economico

Democrazia o epistocrazia?

Uno dei grandi architetti della democrazia americana, Thomas Jefferson, che ai suoi tempi era tra i pochi in grado di leggere e capire i “Principia” di Newton, presagiva che il popolo nel nome del quale nasceva quel grandioso esperimento politico-sociale non fosse in grado di usare intelligentemente le libertà conquistate. E pensava fosse un compito essenziale dello Stato fornire ai cittadini, attraverso l'istruzione, gli strumenti cognitivi e morali necessari per fare scelte razionali e non uccidere nella culla la delicata creatura politica. Con l'evolvere dei tempi, le complessità sociale, economica e tecno-scientifica hanno costretto l'istruzione a rincorrere la realtà, senza riuscire e fornire ad almeno la maggioranza dei cittadini gli strumenti necessari per eleggere delle rappresentanze politiche competenti o per fare direttamente, attraverso referendum, scelte razionali.

Qualcuno ha messo in discussione le stesse regole di fondo del voto democratico, invocando misure per evitare decisioni prese da una maggioranza emotiva o sotto la pressione di un'opinione pubblica disinformata. Sembrerebbe da ripensare il suffragio universale e da limitare l'uso del voto referendario, tenendo conto della rilevanza economica e politica delle scelte e del fatto che il comportamento di voto non ha una base razionale. È almeno dalla pubblicazione del libro dell'economista Bryan Caplan, “The Myth of the Rational Voter: Why Democracies Choose Bad Policies” (Princeton University Press, 2007) che quasi nessuno difende più l'ipotesi che le persone votino perseguendo un interesse diretto ed egoistico. Da prima di Caplan si era visto che si vota con lo scopo di contribuire al miglior risultato per il proprio Paese.

Il problema è che quello che si giudica come miglior risultato è influenzato da una serie di bias (fraintendimenti) che portano a comportarsi in modi “irrazionalmente razionali”, cioè ad arrivare sistematicamente a conclusioni opposte a quelle degli esperti. Si tratta appunto di una forma di “irrazionalità razionale”, così l'ha definita Caplan, perché la scelta privilegia la soluzione psicologicamente meno costosa (per questo razionale), che è quella di adagiarsi sui bias naturali (irrazionali) piuttosto che sforzarsi di correggerli ricorrendo al pensiero critico. I bias che l'economista di Berkeley ritiene siano usati per scegliere il bene della comunità sono: creare lavoro (non capire che la crescita economica dipende dalla produttività del lavoro e non dall'occupazione), anti-stranieri (non capire che l'interazione con gli stranieri porta benefici economici), pessimistico (non capire che le sfide economiche sono opportunità di miglioramento) e anti-mercato (non capire i benefici che producono i meccanismi del libero mercato).

Negli Stati Uniti, un gruppo variegato di filosofi della politica difende la superiorità, rispetto alla democrazia, dell'epistocrazia, un sistema nel quale il potere politico è ripartito sulla base della conoscenza. L'epistocrazia, termine coniato da David Estlund, non è una forma di tecnocrazia o meritocrazia alla cinese. Avrebbe gli stessi elementi della democrazia, cioè partiti, parlamenti, elezioni, costituzione, etc. Ma i diritti politici non sarebbero uguali per tutti. Alcuni cittadini dovrebbero avere un potere di voto aggiuntivo e il voto politico dovrebbe essere limitato a coloro che superano un test elementare di conoscenza dei fatti politici rilevanti. Un'idea che era stata già pensata da un indiscusso democratico come John Stuart Mill. Il sistema epistocratico potrebbe non funzionare sempre bene e potrebbe essere manipolato. Ma lo stesso accade, e con le conseguenze disastrose che registriamo, per la democrazia.

I malfunzionamenti continui della democrazia a causa della sua inefficienza sono stati presagiti a più riprese, con già diversi episodi storici che hanno visto il sistema sovvertito da idee antidemocratiche. In “Against democracy”, anche Jason Brennan, un “bleeding-heart libertarian”, difende la superiorità, rispetto a monarchia e democrazia, dell'epistocrazia, di un sistema nel quale il potere politico è ripartito sulla base della conoscenza. I teorici della democrazia in Occidente si possono grosso modo dividere tra chi ne difende una concezione “epistemica”, per cui il governo dei molti sarebbe sempre superiore al governo dei pochi nel trovare la soluzione corrette dei problemi, solo che le istituzioni democratiche riescano a valorizzare nei processi deliberativi la diversità cognitiva distribuita nella popolazione, e chi pensa che nelle scelte degli elettori prevalgano bias cognitivi e morali che portano più probabilmente a prendere le decisioni sbagliate.

Il postulato formale alla base della democrazia epistemica è la teoria della giuria di Condorcet, dove si dimostra che se esiste più del 50% di probabilità che un decisore scelga in modo corretto, allora maggiore è il numero dei votanti, maggiore è la probabilità che si decida in modo corretto. Ma se è superiore, come più spesso accade, la probabilità che ogni persona si sbagli? In realtà, il fenomeno della “saggezza della folla” è stato ampiamente studiato e si è visto che funziona solo quando si tratta di stimare valori quantitative o informazioni geografiche. Quando si tratta di questioni più complesse, tendono a prevalere i bias e la decisione sarà più probabilmente sbagliata, che non se fosse stata presa da esperti.

Gilberto Corbellini

Fonte: Gilberto Corbellini, Dipartimento di scienze umane e sociali e patrimonio culturale del Cnr, Roma, tel. 06/49932657 , email direttore.dsu@cnr.it -