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CNR: Alamanacco della Scienza

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N. 23 - 16 dic 2020
ISSN 2037-4801

Focus - Felicit  

Tecnologia

Anche i robot hanno un'anima?

La tecnologia può quantificare la felicità delle persone e migliorarla? L'umore può essere misurato? Un robot può fare distinzione tra gli stati d'animo e provarli al tempo stesso? Sono solo alcuni quesiti sull'Homo Sapiens-Technologicus della società contemporanea a cui correntemente cercano di rispondere - studiandoli trasversalmente - massmediologi, sociologi ed esperti di Automazione e di Intelligenza artificiale.

“Un'intelligenza artificiale in generale utilizza una certa quantità di dati, anche molto grande, di tipo sensoriale, con cui costruisce la sua rappresentazione dell'ambiente esterno. A questa spesso si accosta anche una rappresentazione interna dell'intelligenza, che determina lo stato in cui essa si trova”, spiega Umberto Maniscalco, responsabile dello Human-Robot Interaction Group dell'Istituto di calcolo e reti ad alte prestazioni (Icar) del Cnr.

Ma se vogliamo avventurarci nell'esplorazione della felicità delle macchine dobbiamo intendere in modo diverso questo stato d'animo: se, diversamente dalla serenità, non può essere considerata una condizione perenne per l'Homo-Sapiens, tantomeno può esserlo per l'Homo Technologicus e per gli automi. “Bisogna pensare alla felicità come a uno stato soggettivo e passeggero causato da qualcosa di oggettivo, che accade nel mondo reale, o da una sua rielaborazione; considerarla come qualcosa provocato da ciò che accade fuori di noi o da una rielaborazione di ciò che ci è già accaduto e che abbiamo memorizzato”, continua il ricercatore del Cnr-Icar. “Facciamo un esempio semplice. Pensiamo a un'Intelligenza artificiale in grado di riconoscere le persone mediante una telecamera (dati sensoriali esterni), supponiamo inoltre che essa abbia una base di dati in cui alcune persone sono classificate come amiche e altre come nemiche (parte di una rappresentazione interna). In questo caso, potremmo pensare di associare il concetto di felicità al riconoscimento di amici e quello di paura alla vista di nemici”.

Siamo quindi istintivamente portati a reagire agli stimoli positivi del mondo esterno associandoli a piacere e felicità. In questo modo, tuttavia, sembra delinearsi un carattere pavloviano della felicità. “È sempre vero che alla vista di un amico siamo felici e a quella di un nemico abbiamo paura? Ovviamente la risposta è no, perché la nostra rappresentazione del mondo è molto più complessa e, soprattutto, sono molto più articolati i nostri meccanismi interni di elaborazione delle sensazioni, percezioni, emozioni, sentimenti…”, chiarisce Maniscalco. “Ma se abbandoniamo il nostro antropocentrismo e proviamo a immaginare una creatura in grado solo di capire se una persona è amica o non amica, in modo privo di altre emozioni, sensazioni o sovrastrutture e ci chiediamo cosa sarebbe per questo essere la felicità, dobbiamo allora declinare il concetto di felicità, come quello di altre emozioni e sentimenti, in funzione delle conoscenze e delle capacità cognitive della creatura a cui ci riferiamo”.

Alcuni ricercatori del Cnr-Icar, pur consci di quanto sia audace accostare ai robot categorie che appartengono all'animo umano, hanno definito il concetto di “robocezioni”, una sorta di sistema emotivo artificiale che consente ai robot di essere “consapevoli” di quanto percepiscono e in grado di elaborarlo. “Provare a costruire un sistema emotivo, sebbene artificiale, è importante perché i comportamenti sociali sono fortemente influenzati dalle sensazioni, dalle emozioni e dai sentimenti. Le sensazioni, in particolare, costituiscono lo strumento principale con cui gli esseri viventi percepiscono l'ambiente e preservano la loro vita. Solo provando qualcosa di simile alle sensazioni un robot potrà essere in grado di adempiere al proprio compito salvaguardando la propria integrità”, continua il ricercatore. “I robot del Cnr-Icar, grazie a numerosi sensori, percepiscono l'ambiente costruendone una rappresentazione. Inoltre, sulla base di modelli matematici di ispirazione biologica, elaborano questa rappresentazione in modo da far emergere, ad esempio, sensazioni come il dolore se uno o più motori che animano il robot vanno sotto sforzo, la fatica se i giunti si riscaldano, il benessere se i livelli di energia sono sufficienti per il compito da compiere (ovviamente questa è una descrizione molto semplificata di un processo ben più complesso)”.

Problema ancora più complesso è combinare e far dialogare le singole “robocezioni” allo scopo di ottenere uno “stato d'animo” complessivo. Attualmente, i ricercatori dell'Istituto del Cnr stanno lavorando proprio su questo aspetto. “Dagli studi di Paul Ekman sulle emozioni primarie alle indagini di Antonio Damasio su come le emozioni influenzano le decisioni, fino alla teoria dell'attenzione, che indica l'emozione dominante come quella a cui prestiamo l'attenzione, il problema è assolutamente aperto e non del tutto compreso. Ancora una volta noi ricercatori non cerchiamo una copia artificiale di un processo naturale, ma una soluzione utile allo scopo. Ovvero un meccanismo di 'data fusion' che, ispirandosi a un modello biologico, assolva allo scopo di definire un mood complessivo per un robot, partendo da singole robocezioni”, conclude Maniscalco: “Anche le macchine possono essere felici, nell'ambito della loro visione del mondo e della seppur limitata e artificiale coscienza di sé”.

Luisa De Biagi

Fonte: Umberto Maniscalco, Istituto di calcolo e reti ad alte prestazioni , email umberto.maniscalco@icar.cnr.it -