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CNR: Alamanacco della Scienza

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N. 22 - 2 dic 2020
ISSN 2037-4801

Focus - Dante Alighieri  

Cultura

La Commedia e i novissimi

Poche opere hanno avuto un impatto sull'orizzonte esistenziale dell'umanità come la Commedia di Dante Alighieri. La narrazione del viaggio nell'aldilà del protagonista e della sua guida e la sua evoluzione spirituale hanno definito le prospettive di vita dell'uomo medievale e dei secoli successivi. L'orizzonte della letteratura è sempre stato quello delle “domande radicali”: il perché del vivere e del morire, la sete umana di verità, di libertà e di giustizia, il confronto con il dolore e con la trascendenza, la destinazione ultima e vera dell'uomo. Attraverso la Commedia di Dante viene definita la concezione di una natura sintesi della tradizione filosofica aristotelica e del messaggio veicolato dalla Sacre Scritture e dalla storia del Cristianesimo.

Anche gli schemi di pensiero codificatisi nei secoli successivi sono rimasti profondamente debitori alla Commedia per molte visioni dell'architettura dell'Universo e per lo sguardo prospettico sui destini dell'uomo. La domanda che l'uomo si è posto nel corso dei secoli “Che ne sarà di noi dopo la morte?” ha trovato nell'opera dantesca una serie di risposte e di immagini che hanno permeato la cultura, il vissuto, la prospettiva esistenziale dell'Occidente fino ai nostri giorni. Tra queste, le realtà ultime e definitive, che ci stanno davanti mentre viviamo nelle realtà di questo mondo, e che sono penultime. Esse avvengono al termine della vita di ogni uomo e al concludersi della storia, e nella teologia e nella dottrina cristiana sono state rese col termine di “Novissimi”: la morte, che coincide con la separazione dell'anima dal corpo – l'una per tornare a Dio, l'altro alla terra – e con l'entrata nella vita eterna; il Giudizio sul bene e il male compiuti, particolare per ognuno dopo la morte, universale al momento del ritorno di Cristo; l'Inferno, nel quale si trova chi liberamente ha deciso di allontanarsi da Dio; il Paradiso, sede e stato del godimento eterno della felicità di Dio.

L'escatologia e la soteriologia cristiana – in buona parte definite dal senso del peccato e della colpa, della libertà e del libero arbitrio presenti nel poema dantesco – hanno sempre dato ampio spazio anche alla dimensione del Purgatorio, subordinandola e rendendola dipendente dal tempo, e per questo facendola divenire relativa. La riflessione teologica contemporanea ha quasi del tutto abolito tale nozione, pur mantenendo la dimensione della purificazione dello spirito come perno della salvezza, intesa come comunione con Dio padre. Riassuntiva di questa tendenza decisamente anti-dantesca la posizione del teologo Vito Mancuso: “Il Purgatorio è il momento della morte, coincide con esso. Non riesco a raffigurarmi l'ubi consistam del Purgatorio (il quale, evidentemente, essendo temporale, necessita di spazio e tempo) se non pensandolo così, come il momento della morte fisica e gli istanti immediatamente precedenti e successivi a essa. È allora che avviene la grande purificazione”. Un altro riferimento all'evoluzione moderna del concetto - teologicamente e istituzionalmente molto autorevole - viene dall'allora cardinale Joseph Ratzinger: “Il Purgatorio non è il campo di concentramento dell'aldilà; dove l'uomo debba espiare delle pene che gli vengono assegnate in modo più o meno positivistico”.

Anche rispetto all'Inferno l'uomo contemporaneo dimostra crescente difficoltà nel pensarlo come volontà di Dio, inflitta a una parte dell'umanità che non ha voluto riconciliarsi con lui, rendendo un'immagine di un creatore vendicativo e poco incline alla misericordia verso le sue creature. L'Inferno non è più un luogo di pena, ma una condizione in cui potranno permanere coloro che deliberatamente e definitivamente hanno scelto ciò che è contrario all'amore di Dio. L'uomo è pertanto di fronte all'alternativa tra la scelta della vita e della comunione con Dio, o della morte eterna e della separazione da Dio. L'immagine dantesca che per secoli ci ha fatto immaginare l'Inferno come luogo, è stata sostituita da quella di un “non-luogo”, un “non-essere”, un “non-tempo”, il nulla di una morte eterna.

L'esercizio della responsabilità di fronte al bene e al male, di aderire all'uno o di rifiutare l'altro in nome della libertà e della coscienza, resta una costante nella facoltà dell'uomo, dai tempi di Dante fino ai giorni nostri. A cambiare è la condizione di fragilità propria della sua natura che lo porta inevitabilmente a preferire il Paradiso.

Maurizio Gentilini

Fonte: Maurizio Gentilini, Dipartimento di scienze umane e sociali e patrimonio culturale del Cnr, Roma , email maurizio.gentilini@cnr.it -