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CNR: Alamanacco della Scienza

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N. 17 - 23 set 2020
ISSN 2037-4801

Focus - Roma  

Cultura

A “fare gli italiani” furono gli scienziati

“Fatta l'Italia, bisogna fare gli italiani”: la celeberrima frase attribuita a Massimo D'Azeglio sintetizza un problema identitario che si è trascinato per tutta la nostra storia unitaria. Il processo cementato dal Risorgimento, dalla proclamazione del Regno del 17 marzo 1861, dalla breccia di Porta Pia, non ha infatti sanato una frattura – talvolta definita come “fratricida” – per la quale un popolo che pure affonda le proprie radici culturali e linguistiche in un patrimonio più che bimillenario non è riuscito a costituire un'analoga koinè politico-statuale. Cattolici contro liberali prima e contro i comunisti poi, la sanguinosa spaccatura della guerra civile, l'annosa questione meridionale hanno impedito di confutare la severa diagnosi che, per dirla con l'altrettanto celebre motto di von Metternich, ha ridotto il nostro Paese a una mera “espressione geografica”.

Tra i tanti che si sono adoperati per accendere e mantenere vivo lo spirito comunitario si ricordano quasi sempre le figure politico-letterarie di autori come Manzoni, De Amicis e altri, sottovalutando però il ruolo fondamentale che in tal senso svolsero altrettanti scienziati e divulgatori. Abbiamo già ricordato sulle pagine dell'Almanacco della scienza l'interessante saggio sul tema di Luca Clerici, “Libri per tutti”, ma la saggistica in tema conta molti titoli, da “Italia, patria di scienziati” di Waldimaro Fiorentino (Sips, Società italiana per il progresso delle scienze) a “La patria ci vuole eroi” di Umberto Bottazzini e Pietro Nastasi. Rimarcare il ruolo svolto dalla comunità scientifica nell'affermazione dell'identità nazionale e anche nelle sue diverse declinazioni ideologiche, dal progressismo al fascismo fino alla cosiddetta “prima repubblica”, significa fugare due equivoci: quello per il quale il mondo della ricerca sarebbe avulso da quello reale, comune e quotidiano e quello secondo cui dovrebbe tenersi lontano dalle “contaminazioni” con la politica.

Molto semplicemente, invece, ricercatori e scienziati sono parte della società come tutte le altre categorie e la loro funzione di “sapere e far sapere” è stata fondamentale per costituire tra gli italiani la consapevolezza della loro comune appartenenza: in modo straordinariamente più pacifico di quanto avrebbe fatto poi il “melting pot” delle trincee della prima guerra mondiale. Perché si “facessero gli italiani” era cioè necessario che essi conoscessero, oltre alla propria storia, anche la geografia e le altre discipline naturali e dure che costituiscono gli strumenti conoscitivi per capire chi siamo e da dove veniamo.

“Una delle spinte decisive all'opera di costruzione di una divulgazione scientifica per gli italiani appena unificati fu la parola d'ordine che animò tutta la classe dirigente all'indomani dell'unità: la reale conoscenza del proprio Paese e dei suoi problemi”, spiega Roberto Reali, storico afferente al Dipartimento Scienze bio-agroalimentari del Cnr. “L'Italia era praticamente sconosciuta agli italiani, la frammentazione politica non aveva inciso sulle élites culturali ma aveva privato la coscienza popolare di cosa ci fosse e come si vivesse nelle altre regioni. La questione del Mezzogiorno fu centrale in queste vicende: considerato un territorio arretrato e schiavo di un potere illiberale, venne osservato e descritto in maniera disincantata e oggettiva da alcuni diari di viaggio che ne riportavano i problemi più rilevanti. Il più famoso, quello di Sidney Sonnino e Leopoldo Franchetti in Sicilia, del 1876, ebbe grande successo di pubblico ma molte altre descrizioni documentate giunsero sui tavoli della politica e finirono nelle cronache dei giornali: le relazioni dei prefetti, i rapporti delle grandi aziende che iniziarono la costruzione di strade e ferrovie oppure le relazioni e le notizie che arrivavano dai nuovi servizi unificati come le poste, i telegrafi o le banche”.

In questa nuova “ansia da descrizione” della nuova nazione non si deve poi dimenticare la parte che svolsero i medici condotti, della quale riusciamo a sentire l'eco ancora in pieno '900 con l'opera di Primo Levi: “Una documentazione fondamentale delle condizioni dei contadini, dei mezzadri e dei braccianti nelle campagne italiane. Le inchieste parlamentari, come quella sull'agricoltura condotta da Stefano Jacini nel 1877, furono la base di numerosi studi che rispondevano a questa voglia di conoscersi e non basare il mito dell'unità solo sulla retorica dei discorsi politici”, prosegue Reali.

L'Italia nasce insomma da un parto difficoltoso e le classi dirigenti dell'epoca lo avevano chiaramente compreso. A proposito di malattie: “La prima grande carta della diffusione della malaria in Italia fu redatta nel 1882 dal senatore Luigi Torelli, ministro del governo La Marmora, e un altro ministro e capo del governo, Quintino Sella, produsse il primo fondamentale studio sulla geologia e sulla composizione del territorio montano, realizzando il Servizio geologico nazionale”, conclude Reali. “Una delle produzioni più originali di questo periodo fu la creazione di plastici che riproducevano intere regioni o zone del territorio. Questo lavoro fu la base su cui si poté elaborare un piano di costruzione delle strade e delle ferrovie essenziali per il processo di unificazione nazionale. Quei plastici che ora sono patrimonio nazionale diventarono uno strumento di diffusione di una cultura scientifica e ci raccontano una forte volontà di comprendere e far comprendere il quadro reale della nostra Penisola. Furono vere e proprie dichiarazioni di fiducia e di volontà, di ottimismo e coraggio”.

M. F.

Fonte: Roberto Reali, Dipartimento di scienze bioagroalimentari, tel. 06/49932195 , email roberto.reali@cnr.it -