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CNR: Alamanacco della Scienza

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N. 9 - 11 ago 2010
ISSN 2037-4801

Focus - Montagna  

Tecnologia

Per salvare i ghiacciai alpini, mettiamoli sotto le coperte

Su gran parte delle catene montuose è in atto una fase di regresso glaciale e questo fenomeno, nell'ultimo decennio in accelerazione, è particolarmente intenso sulle Alpi, che hanno perso in poco più di un secolo circa la metà della loro superficie e del loro spessore. Tanti gli effetti di questo evento: dai dissesti idrogeologici ad alta quota alla riduzione delle riserve idriche, fino all'incremento della pericolosità nel turismo alpino. Dagli anni '90 si sono succeduti vari studi e applicazioni pratiche, soprattutto da parte di austriaci, svizzeri e tedeschi: compattazione della neve, iniezione di acqua nel manto nevoso e, sistema risultato più efficace, copertura con teli. In Italia, il primo esperimento per testare questa metodologia è del 2008, con il gruppo Glaciologia dell'università di Milano (dipartimento di Scienze della terra) nel gruppo montuoso Dosdè-Piazzi in alta Valtellina.   

"Le operazioni di protezione glaciale attiva si sono sviluppate per due estati sul Ghiacciaio Dosdè e si sono concretizzate nello stendimento, a 2.800 m di quota, di circa 150 m2 di geotessile (tessuto di sintesi per applicazioni edili, ingegneristiche o ambientali) in poliestere, polipropilene, bianco puro", spiega Claudio Smiraglia dell'università di Milano, membro del Comitato Everest-K2-Cnr. "Il materiale è caratterizzato da un peso (asciutto) di 500 g al metro quadro, da uno spessore di 3,8 mm e da una forza massima alla trazione sia longitudinale che trasversale superiore ai 25 kN/m (Kilonewton per metro). Il tessuto agisce come stabilizzante termico, assorbe i raggi ultavioletti (Uv) e impedisce loro di raggiungere la neve, riducendo il processo di fusione tramite la formazione di barriere termiche tra l'atmosfera e gli strati sottostanti. Inoltre, è privo di sostanze nocive ed è smaltibile termicamente".

Gli scambi energetici ghiaccio-atmosfera e ghiaccio-telo-atmosfera, studiati con una stazione meteorologica automatica (Aws Dosdè-Levissima) e con termistori collocati al di sotto della copertura grazie anche alla collaborazione del Comitato Ev-K2-Cnr, hanno mostrato l'efficacia della tecnica. "Al momento della posa del geotessile lo spessore nivale espresso in equivalente in acqua era di 130 cm", prosegue Smiraglia, "a fine estate nell'area non protetta si è avuta una fusione totale di equivalente in acqua di circa 230 cm (derivanti dalla fusione di 130 cm di neve e di 100 cm di ghiaccio). Nella zona protetta la fusione è stata di circa 70 cm (derivanti esclusivamente dalla fusione della neve, mentre non si è avuta alcuna fusione del ghiaccio sottostante): si è quindi preservato dalla fusione il 46% della neve invernale e il 100% del ghiaccio. Nel complesso si è preservato circa il 70% di equivalente in acqua dello spessore iniziale di neve e ghiaccio".

Questa tecnica è stata recentemente utilizzata in altre aree, in particolare sul Ghiacciaio Presena, nel quadro di un progetto che vede attivi l'università di Milano la Provincia di Trento, l'università di Trento, la Società alpinisti tridentini e la Società impianti di risalita.

Rita Bugliosi

Fonte: Claudio Smiraglia, Comitato Everest-K2-Cnr, tel. 02/50315516 , email claudio.smiraglia@unimi.it -