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CNR: Alamanacco della Scienza

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N. 1 - 9 gen 2019
ISSN 2037-4801

Focus - Leonardo  

Socio-economico

Eureka, ho applicato!

Alzi la mano chi conosce Dov Moran. O, viceversa, chi sa chi è l'inventore della chiavetta Usb. Moran, per l'appunto, che dalla vendita del suo brevetto ha ricavato la non disprezzabile cifra di 1,6 miliardi di dollari. Eppure, sostanzialmente sconosciuto, così come Martin Cooper, l'inventore dell'oggetto dal quale siamo oggi forse più dipendenti, il cellulare. E il computer, di chi è figlio? Al contrario, riconosciamo universalmente come il 'genio' per eccellenza Leonardo da Vinci, tanto da celebrarne la morte a mezzo millennio di distanza, ancorché ben pochi di noi sappiano con esattezza se e quali delle sue intuizioni siano davvero servite.

Se riflettiamo sull'avanzatissimo e ipertecnologico mondo che ci gira attorno, ci rendiamo conto di non sapere quasi nulla degli uomini e dei processi che lo hanno determinato. O tendiamo a identificarne come demiurghi alcuni imprenditori che sono stati abilissimi nel compiere l'ultimo miglio applicativo: Mark Zuckerberg, Bill Gates, Larry Page, Jeff Bezos, Steve Jobs sono universalmente noti, così come i brand a loro legati (Facebook, Microsoft, Google, Amazon, Apple…). Per non parlare di Elon Musk, guru di Tesla, Space X e Pay Pal. Molte meno persone probabilmente sanno che, senza la rete militare Arpanet e il Cern, oggi non avremmo Internet né il Web, nonostante il ruolo cruciale di Vint Cerf e Tim Berners-Lee. Il garage della Silicon Valley, nel nostro immaginario, ha preso il posto del laboratorio con provette, alambicchi e camici bianchi.

“Quando si parla di economia della conoscenza, è bene distinguere tra invenzione e innovazione”, avverte Fabrizio Tuzi dell'Istituto di studi sui sistemi regionali federali e sulle autonomie 'Massimo Severo Giannini' (Issirfa) del Cnr, autore tra gli altri de 'L'innovazione dimezzata' (Brioschi 2009) e coordinatore con Daniele Archibugi della recente 'Relazione sulla ricerca e l'innovazione in Italia' del Consiglio nazionale delle ricerche. “L'invenzione è la prima concretizzazione dell'idea di un nuovo prodotto o processo, per dirla con Jan Fagerberg, mentre l'innovazione è il primo tentativo di tradurla in pratica. In entrambe gioca un ruolo fondamentale l'accumulo di nuove conoscenze generate attraverso le attività di ricerca e sviluppo sperimentale (R&S), che comprendono lavori creativi e sistematici intrapresi proprio per aumentare il patrimonio delle conoscenze e per concepire da questo nuove applicazioni. Una serie di caratteristiche comuni identifica le attività di R&S, anche quando sono svolte da esecutori diversi: possono essere finalizzate al raggiungimento di obiettivi specifici o generali e sono sempre orientate verso nuove scoperte, concetti, interpretazioni o ipotesi originali. Generalmente l'inventore è colui che concentra le proprie attività su esperimenti di laboratorio, simulazioni di un prodotto o risultati di un'idea”.

Gli esempi sopra citati, conferma Tuzi, rientrano invece nella categoria degli imprenditori-innovatori: “L'esempio più noto è sicuramente quello di Steve Jobs, che sfruttò la miniaturizzazione dei circuiti elettronici, un'invenzione dalla Nasa disponibile gratuitamente, per fondare la Apple Computers insieme al collega Steve Wozniak. L'introduzione di un nuovo prodotto o processo produttivo, tuttavia, richiede particolari condizioni del mercato. L'imprenditore-innovatore interviene quando le innovazioni precedenti stanno esaurendo la loro carica di sviluppo”.

Come affermava Joseph Schumpeter, un economista austriaco del secolo scorso, la virtù del sistema di mercato è proprio l'innovazione, intesa come efficienza dinamica: “Una sorta di distruzione creatrice, un processo di mutamento industriale che rivoluziona incessantemente la struttura economica dall'interno,”, commenta Tuzi. D'altronde un po' tutto il progresso umano ci sfugge allo stesso modo. Dei milioni di uomini che ci hanno portato fin dove siamo ora, riusciamo a ricordarne ben pochi: Archimede col suo principio e il suo Eureka, Pitagora e il suo teorema, gli atomi di Democrito, la mela e la gravità di Newton, Galileo con il pendolo e il cannocchiale, Copernico e il sistema eliocentrico… Così come la storia medico-sanitaria si riduce per la maggioranza di noi a Lister, Semmelweris, Koch, Pasteur e pochi altri. Anche di alcuni oggetti e scoperte relativamente recenti che hanno segnato l'avanzamento della conoscenza e lo sviluppo materiale in modo incontrovertibile - cosa sarebbe oggi il mondo della comunicazione senza il telefono di Meucci e la radio di Marconi? – ci rendiamo conto che la loro paternità è stata contesa tra più inventori-imprenditori. E quasi sicuramente non sappiamo neppure dire chi ha inventato il televisore o il frigorifero.

“Questa sorta di spersonalizzazione dell'attività inventiva deriva anche dalle dinamiche fortemente socializzate che, sempre più, caratterizzano l'avanzamento scientifico e tecnologico. Oramai, la gran parte dei brevetti sono frutto dello sforzo collettivo di team di ricerca e, al contempo, le reti, gli scambi di idee tra ricercatori, incidono sui processi inventivi, influenzandone i risultati. Forse, la figura degli inventori 'icone' è tramontata”, conclude Tuzi. “Uno degli aspetti fondamentali per il successo è, infatti, la capacità di usare competenze diverse, bilanciando risorse interne ed esterne all'organizzazione di appartenenza. Se le seconde accrescono la 'requisite variety', quelle interne ne potenziano la capacità di assorbimento. Lo stesso ragionamento vale per le reti corte e lunghe. Le attività inventive richiedono gruppi di ricerca coesi ma anche aperti, legami forti organizzativi e locali insieme a legami deboli tra organizzazioni e a livello globale”.

M. F.

Fonte: Fabrizio Tuzi, Istituto di studi sui sistemi regionali federali e sulle autonomie Massimo Severo Giannini, tel. 06/49937716 , email fabrizio.tuzi@cnr.it -