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CNR: Alamanacco della Scienza

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N. 7 - 16 giu 2010
ISSN 2037-4801

L'altra ricerca   a cura di Rosanna Dassisti

Salute

Razzismo, una questione di cervello

Non è solo un'impressione. Il cervello dei razzisti funziona in modo diverso, è insensibile al dolore fisico delle altre razze e fa fatica a identificarsi spontaneamente nella sofferenza fisica di individui di altri gruppi etnici. A dimostrarlo uno studio dell'università di Bologna, pubblicato su 'Current Biology'.

La prova è arrivata mostrando a soggetti sottoposti a stimolazione magnetica transcranica, sia bianchi italiani sia neri africani residenti in Italia, immagini di aghi che venivano conficcati sul dorso di mani dalla pelle di diverso colore.

"Ciò che abbiamo osservato", spiega Alessio Avenanti, il giovane coordinatore della ricerca, "è che la scarsa empatia, cioè la capacità di condividere e comprendere i sentimenti e le emozioni altrui, nei confronti di individui di diverso gruppo etnico, è strettamente legata al pregiudizio razziale inconscio dell'osservatore: soggetti con elevato pregiudizio razziale tendono a rispondere in maniera estremamente ridotta al dolore di membri dell'altro gruppo etnico, mentre persone con basso pregiudizio razziale tendono a reagire in modo simile al dolore dei membri del proprio e dell'altro gruppo etnico".

Con un esperimento di controllo (mani artificiali di diverso colore) i ricercatori hanno capito che "non è tanto il diverso aspetto a determinare la differenza di risposta, bensì il significato culturale a esso associato: in altri termini, sarebbero gli stereotipi e i pregiudizi razziali collegati a un colore della pelle a influenzare, e perfino ad attenuare, la naturale compartecipazione alla sofferenza altrui". Conclusione rafforzata da un ulteriore test condotto dai ricercatori. I soggetti sono stati sottoposti a un'indagine standard sui pregiudizi razziali inconsci, che misura la spontaneità e la rapidità con cui idee positive o negative vengono associate a diversi gruppi etnici.

"Si è palesata un'evidente correlazione tra sentimenti razzistici latenti e resistenza empatica, spiega Avenanti, "tanto più il soggetto, bianco o nero che fosse, è risultato inconsapevolmente razzista, tanto più flebile è apparsa la sua capacità di immedesimazione, mentre individui non razzisti tendono a mostrare gli stessi livelli di empatia verso soggetti di entrambi i gruppi".

La sperimentazione, condotta con risonanza magnetica transcranica, ha coinvolto circa 40 studenti universitari, per metà bianchi italiani e per metà neri africani residenti in Italia. Oltre ad Alessio Avenanti, che lavora presso il Centro studi e ricerche in neuroscienze cognitive dell'Alma Mater, hanno preso parte alla ricerca il professor Salvatore Maria Agioti, dell'università La Sapienza di Roma e dell'Ircss Fondazione Santa Lucia, e Angela Sirigu dell'Istituto di scienze cognitive del Cnrs francese di Lione.