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CNR: Alamanacco della Scienza

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N. 13 - 17 set 2014
ISSN 2037-4801

Focus - Parchi letterari  

Salute

La salute è arrivata a Eboli

“Tutte le malattie quaggiù prendono sempre un aspetto eccessivo e mortale, ben diverso da quello che ero abituato a vedere nei lettini ben ordinati della Clinica medica di Torino”. Così Carlo Levi (1902–1975) nell’opera 'Cristo si è fermato ad Eboli’ descriveva la situazione sanitaria ad Aliano, in Basilicata, dove, tra il 1935 e il 1936 fu confinato dal regime fascista.

Quando arriva in Lucania, Levi trova un paese sprofondato nell’arretratezza economica e socio-culturale, problematiche che allora venivano dibattute dagli intellettuali del tempo sotto la definizione di 'questione meridionale’. Gli abitanti di Aliano, in gran parte contadini, vivono in condizioni igieniche precarie, abitano in tuguri, in promiscuità con gli animali domestici, e sono afflitti dalla malaria. Levi mette allora a disposizione la sua laurea in medicina per alleviare le sofferenze della popolazione, diffidente verso la figura del medico e legata ancora a rimedi di guarigione popolari, tramandati di generazione in generazione, spesso ispirati a rituali magici e religiosi.

Aliano oggi è meta di turismo come sede del parco letterario dedicato allo scrittore. Chi vi arriva può visitare la semplice casa in cui egli visse, una pinacoteca con dipinti realizzati dallo scrittore, che fu anche pittore, e un museo della civiltà contadina, ricordo di quella società descritta nel romanzo.

Da allora come è cambiata la situazione igienico sanitaria del Sud? Lo abbiamo chiesto a Roberto Volpe, medico del Servizio prevenzione e protezione (Spp) del Consiglio nazionale delle ricerche. “Dal secondo dopoguerra si è registrato un miglioramento importante. In particolare, ancora a cavallo tra le due grandi guerre mondiali la mortalità infantile era alta, dovuta soprattutto alle malattie infettive, a loro volta legate a carenze igieniche e alimentari, vi erano pochi farmaci a disposizione. Rilevante anche la mortalità intraoperatoria legata a interventi chirurgici ancora non raffinati”.

Uno dei motivi, questo, dell’atavica diffidenza verso la figura del medico. Anche le abitudini di vita dell'epoca risentivano dell'arretratezza culturale scarsa era per esempio l’attenzione verso i fattori di rischio cardiovascolare, non ancora conosciuti approfonditamente come oggi. “Basti pensare che solo a partire dagli anni Sessanta fumo e colesterolo sono stati riconosciuti come importanti fattori di rischio cardiovascolare e tumorale”, continua il ricercatore. Sul fronte dietetico, la situazione non era migliore. “L’alimentazione, pur essendo in teoria mediterranea, era spesso deficitaria dal punto di vista quantitativo e qualitativo. Non sempre si riuscivano a mettere insieme carboidrati e legumi per ottenere un pasto completo dal punto di vista proteico e tale carenza era responsabile di una scarsa crescita staturo-ponderale, e della minore resistenza dell’organismo agli agenti patogeni”.

I nostri avi però si muovevano di più, anche la loro attività non è comparabile con l’esercizio fisico che pratichiamo oggi in palestra. “La fatica lavorativa di quei tempi non esercitava un effetto protettivo nei confronti delle malattie cardiovascolari e nei confronti di alcuni tumori”, conclude Volpe.

Sandra Fiore

Fonte: Roberto Volpe, Servizio prevenzione e protezione del Cnr, tel. 06/49937630 , email roberto.volpe@cnr.it -